sabato 27 dicembre 2025

Centuripe nel Novecento - parte terza

 

Centuripe nel Novecento

Testimonianze di cultura materiale

Parte terza

6 – Allevatori e casari

Il mestiere di allevatore e casaro ha rappresentato una antica e importante figura per l'economia e la tradizione agroalimentare centuripina. Mestiere semplice e umile, si svolgeva a tempo pieno, dalla mattina alla sera, ciclicamente e senza interruzioni. L'allevatore di bestiame in paese veniva definito con il nome di picuraru, forse a causa di una maggiore presenza di pecore. Questo mestiere aveva una caratteristica predominante: la conduzione familiare. U picuraru teneva il suo gregge na mannira, un recinto distante dal paese, per gli olezzi che produceva. Tali recinti prendevano nome dalla contrada di appartenenza: a mannira d’addulurata e  da difisa, i più famosi.

L'allevatore si alzava presto, tra le quattro e le cinque del mattino, dopo aver passato la notte a sorvegliare il gregge, a scanso di furti. In mattinata, così come la sera precedente, avveniva la mungitura degli animali e venivano avviate le attività casearie di trasformazione del latte. Il latte veniva raccolto in secchielli di alluminio e travasato in bidunedda (contenitori, con chiusura, di latta o alluminio) se doveva essere trasportato in un luogo distante da mannira. Dalla lavorazione del latte, gli unici derivati che si producevano erano solitamente il formaggio e la ricotta, non si ha notizia della preparazione del burro; nel nostro territorio e nel meridione in genere non c'era la necessità di produrlo, perchè al suo posto veniva consumato l'olio d'oliva caratteristico della nostra terra e della cucina mediterranea. Il luogo di produzione e trasformazione del latte, il caseificio, era solitamente un ambiente limitrofo all’abitazione del pastore.  A furnaca era un precario e rudimentale focolare costruito all'interno della casa con due pile di sassi o mattoni in posizione verticale, a una certa distanza tra loro, al cui centro si accendeva il fuoco preparato con della legna, in seguito poi sostituito da un fornelletto a gas. U picuraru si avvaleva oltre che dell'aiuto dei familiari anche di quello di un estraneo, si trattava di un carusu di minore età pagato con poco denaro.

La quantità di latte era mediamente 12 litri circa. Il latte veniva filtrato con un recipiente e poi versato na quadara ranni (grande contenitore in rame). A quadara, piena di latte, veniva spostata da due persone, mediante un tronco amovibile  di legno inserito nei due anelli laterali da quadara, che veniva poggiata su un tripode posto sul fuoco. Per prima cosa si preparava il formaggio e poi la ricotta, si faceva riscaldare il latte e quando raggiungeva la temperatura desiderata, a quadara, con la medesima precedente manovra veniva rimossa dal fuoco e poggiata su un altro tripode, per rimanere sollevata da terra; a seconda della quantità di latte veniva aggiunto il sale e u quagghiu e lasciando riposare il tutto per una mezz'ora o 3/4 d'ora circa si mescolava continuamente  co riminaturi (lungo ramo di legno con all’estremità 4 rametti ricurvi verso l'interno).

U quagghiu è un elemento naturale, ricavato dallo stomaco di agnellino, ancora allattato dalla madre; la sacca si lasciava essiccare ed in seguito veniva bollita nell’acqua, il risultato ottenuto era una crema che veniva conservata in barattoli di vetro e utilizzata all'occorrenza. Passato il tempo di riposo stabilito, co cuppinu o co cucchiaru (mestolo o cucchiaio di latta o di rame), si controllava se il latte cominciava a quagghiari,  quindi si rimetteva a quadara sul fuoco e si scaldava il latte fino ad una determinata temperatura, fino ad ottenere una consistente massa pastosa separata dal siero.

A seconda di quanti chili doveva essere il formaggio tale massa pastosa veniva tagliata con un particolare coltello di legno; frazionato o integralmente, il formaggio fresco veniva preso con le mani o con una particolare tela adatta per tale operazione. Il formaggio messo no mastrieddu o pila (spersola che ha una forma rettangolare fornita di un beccuccio di scarico e avente un bordo rilevato), poggiato su uno o due vanchi di legno, veniva impastato e modellato con le mani in modo da far uscire il siero che veniva raccolto dentro un secchiello per poi essere riutilizzato o conservato; infine il formaggio veniva messo dentro le apposite forme. Le forme erano dei canestri intrecciati con junco chiamati fasceddi, avevano forma cilindrica scavata leggermente nel fondo e con diametro di circa 10-30 cm. 

 I canestri, di varie dimensioni, con dentro le pezze di formaggio si mettevano ad asciugare in un luogo fresco per dei giorni; se doveva essere consumato fresco non veniva salato, mentre il formaggio a lunga durata veniva salato, seguendo delle fasi stabilite che solo un curatore specializzato, quale era u picuraru, poteva conoscere.

Mineo Salvatore                      

Subito dopo il formaggio si preparava la ricotta; a quadara, spostata prima per il formaggio, si rimetteva di nuovo sul fuoco, e nel latte rimasto si aggiungevano rametti di fichera, che in precedenza erano stati tenuti a bagno un paio di ore in acqua e che poi veniva aggiunta al latte. Il casaro mescolava in continuazione, finchè il latte cominciava a coagularsi formando dei grossi pezzi di ricotta sparsi in mezzo al siero; a quadara veniva spostata nuovamente, per far in modo che la ricotta da consumare fresca insieme al siero potesse essere raccolta e immediatamente consumata. Per preparare la ricotta da salare, si rimetteva il contenitore sul fuoco, portandolo in ebollizione, quindi il prodotto veniva raccolto e messo ne fasceddi. I canestri con il loro contenuto venivano sistemati in un luogo fresco assieme ai formaggi e solo in seguito la ricotta veniva salata. Sia il formaggio che la ricotta potevano essere venduti freschi o a fine stagionatura.

La vendita solitamente avveniva per mezzo dei sensali, che acquistavano quasi tutti i formaggi e le ricotte che u picuraru aveva sin qui prodotto. Questi in un secondo momento rivendevano la merce acquistata a piccole botteghe a conduzione familiare. Raramente avveniva la vendita a piccoli acquirenti, quale poteva essere un semplice contadino. Ora è lo stesso produttore a vendere direttamente la merce nei vari generi alimentari, e singole persone comprano direttamente dal pecoraio senza terzi.  Le pezze di formaggio pesavano da 4 a 10 kg., e nel 1954 costavano al kg. dalle 250 alle 300 lire, la ricotta fresca tra le 150 - 200 lire al kg.; si vendeva anche latte fresco, latte di capra e non di pecora, perchè più buono; e sempre nello stesso periodo un litro di latte di capra costava 20 lire, che aumentava di 10 lire ogni anno. La vendita del latte,  avveniva in un modo caratteristico e interessante che ora non esiste più, il pastore mandava il figlio o u carusu in giro per il paese con una o due capre che mungeva davanti alle persone che compravano il latte.


       Terminano il ciclo di produzione, l'allevatore si accingeva a pulire tutti gli utensili usati utilizzando il siero caldo rimasto. Dopo questa fase già alle dieci del mattino il “caseificio” chiudeva; iniziava e si protraeva fino al tardo pomeriggio, prima del tramonto del sole, il pascolo del gregge negli abituali pascoli del territorio di Centuripe. I terreni del pascolo erano di proprietà o presi in affitto da privati o dal comune. Quando il gregge faceva ritorno na mannira, u picuraru riavviava il ciclo mungendo nuovamente le pecore; conclusasi la giornata lavorativa, essa ricominciava il giorno dopo allo stesso modo.

Questo mestiere si è perpetuato fino ai nostri giorni con le medesime caratteristiche, tra cui l’innata capacità di tramandarsi da padre in figlio; gli informatori, tutti centuripini di nascita, sono i diretti testimoni di questa  capacità poichè hanno ereditato il mestiere dal padre. Il sig. Mammana Salvatore classe 1933 dal padre Antonio classe 1908; il signor Salvatore Mineo  classe 1942 dal padre Ambrogio Vincenzo Mineo classe 1914. Alla loro memoria è dedicato questo breve testo. 

7 – Vasai

Il mestiere do quartararu a Centuripe veniva svolto dal sig. Michele Rizzo, nato il 27 marzo 1892 e deceduto il 9 aprile 1969. Il sig. Rizzo iniziò la sua attività di quartararu da bambino poichè suo padre svolgeva la stessa attività. Il padre Francesco Rizzo originario di S. Stefano di Camastra abitava a Regalbuto. Il sig. Rizzo Michele sposatosi nel 1922 circa a Centuripe, qui si stabilì e qui iniziò la sua attività.

L'attività veniva svolta prevalentemente in estate poichè gli oggetti realizzati con la creta si asciugavano in minor tempo. Il luogo dove veniva svolta l'attività era distaccato dal paese, in c/da "Bagni", qui vi era una casa composta da 5 stanze. Due stanze erano occupate dalle famiglie Di Primo Vincenzo e Paolo Pagano: il sig. Di Primo Vincenzo, proveniva da Acireale, e si occupava della produzione di tegole e mattoni; il sig. Paolo Pagano proveniente da Adrano era impiegato in altre mansioni. Le restanti stanze erano adibite a magazzino, ed in una, in particolare, trovava posto il tornio con cui il sig. Michele Rizzo lavorava e produceva. All'esterno della casa vi erano da una parte il pozzo che serviva per mettere a bagno la creta affinchè si ammorbidisse; mentre dall'altra parte vi erano due fornaci (carcara) che servivano una per i materiali edili, mattoni e tegole; l'altra per gli oggetti di uso comune: quartari, giarri, bummula, fiaschi, tarusi, vasi, ecc..

Gli attrezzi che usava u  quartararu erano: la stecca (rasola) in legno di faggio, di stecche ve ne erano di varie misure, prodotte dal falegname, che ne teneva sempre di pronte per soddisfare le diverse richieste. La stecca può usarsi da tutti e quattro i lati, ma sempre dal basso verso l'alto; ha un buco al centro nel quale si infila il dito medio, raramente anche l'indice. Di tipo particolare era a rasola ppi surchi che presentava su di un lato delle scanalature per la decorazione del collo delle giare. U pittinieddru era invece un qualunque pezzo di pettine generico, col quale si tracciavano i simi nella pancia della giara o della quartara, o altri motivi decorativi semplici, come u zig-zag, che conferivano all'oggetto un certo stile. Un altro oggetto continuamente utilizzato durante la foggiatura era u ramu, col quale si separava l'oggetto tornito dal dischetto.

Accanto al tornio rimaneva a portata di mano anche  u battituri, un pezzo di creta di forma cilindrica a base piatta allargata, munito di un manico della lunghezza di un metro. Con esso si batteva il fondo delle giare per evitare che si fendesse, sia durante l'essiccamento sia durante la cottura. In alcune botteghe lo stesso strumento si poteva trovare in legno, di forma perfettamente cilindrica. Un altro oggetto sempre a portata di mano era u rascaturi un piccolo raschietto di ferro utilizzato per scrostare l'argilla indurita dalle mattonelle su cui venivano poggiati gli oggetti al tornio; queste mattonelle facilitavano il trasporto degli oggetti nel luogo dove si mettevano ad asciugare. Accanto al tornio si tenevano infine i misuri di legno, per misurare altezza e larghezza degli oggetti in lavorazione.

 Il lavoro di preparazione della materia prima si svolgeva in diverse fasi. In una prima fase la creta veniva scavata da due operai, Nino Scalisi e Mastru Prospiru (soprannominato u tumminieddu), e messa nel pozzo, che veniva riempito dell'acqua che il sig. Nicolò Timpanaro  trasportava dalla sorgente; nella seconda fase due operai, tra cui il sig. Carmelo Adamo, provvedevano a calpestare con i piedi, la creta grezza, che veniva così lavorata. Infine nella terza fase il sig. Rizzo la rilavorava con le mani per renderla ancora più morbida; eliminava dall’impasto i pezzi di roccia calcarea, che al momento della cottura potevano gonfiarsi e fare scoppiare i manufatti, ed eliminava u sali, cioè pagliuzze di gesso che potevano rovinare le mani del tornitore durante la foggiatura. La creta era quindi pronta per essere utilizzata - lavorata  sul tornio che il padre gli aveva regalato.

Man mano che gli oggetti venivano finiti, si mettevano all'aperto nel retro della casa ad asciugare per circa 3-4 giorni. Dopo l'asciugatura, e solo in un secondo momento, venivano solitamente attaccati i manici modellati; gli oggetti, quindi, venivano accumulati fino a quando non c’è n’erano abbastanza (circa 200) da riempire i due forni. Di solito bisognava aspettare un mese o più. Il forno veniva preparato con la paglia che veniva acquistata presso i contadini delle campagne circostanti. Il riempimento dei due forni richiedeva l'aiuto di circa 20 operai. La giornata lavorativa iniziava alle 4 del mattino e finiva alle ore 21.00, tranne quando venivano usati i forni, in tal caso il lavoro veniva concluso intorno alle 24.00. Gli operai venivano retribuiti in denaro contante, all’incirca 40-50 lire a settimana.

I quartari, insieme agli altri oggetti in terracotta, venivano trasportate a Centuripe con i muli e depositati in un magazzino sito in via Guglielmo Oberdan, dove avveniva la vendita al dettaglio degli stessi. Approssimativamente una brocca veniva venduta a cent. 25; un fiasco per l'acqua cent.  100; un vaso per piante cent. 150-200. I mattoni e le tegole, come citato prima, venivano realizzati nella stessa officina; la creta per realizzare tali oggetti veniva impastata co fumieri (escrementi di animali), e, una volta cotti,  venivano trasportati dagli stessi operai, con i propri muli, direttamente ai committenti.

Subito dopo la guerra, comunque, erano gli acquirenti che si recavano o stazzuni per acquistare le tegole sottoponendosi a lunghe file. L'artigiano non riuscì a tramandare la sua attività sia perchè i suoi figli non ne erano interessati, sia perchè egli non volle mai cedere il suo bagaglio di esperienza ad un estraneo, che potesse rubargli l'arte e tramandarla negli anni a venire. Di questa ritrosia, ne è testimone un centuripino, Vicario Leonardo figlio di Vicario Salvatore; quest'ultimo vi lavorò come carusu all'età di 8 anni e raccontava che il sig. Rizzo insegnava il mestiere, a condizione che il ragazzo vi lavorasse per 2 anni senza essere pagato. Infatti per non farsi vedere quando lavorava, si chiudeva da solo nella stanza dove era situato il tornio di legno.

La diffusione di nuovi contenitori in metallo e plastica, più resistenti e capienti delle quartare, segnava, comunque, un cambiamento epocale; la terracotta, per il trasporto e la conserva dell’acqua, venne così relegata a complemento d’arredo, che la vede oggi in bella mostra nei salotti o in altri ambienti delle case.

Fine terza parte

martedì 23 dicembre 2025

Centuripe nel Novecento - parte seconda

 

Centuripe nel Novecento

Testimonianze di cultura materiale

Parte seconda

3 – Calderai

Una delle botteghe artigiane, che il tempo sembra destinare all’oblio, è quella del calderaio quadararu, dal nome dell'oggetto più frequentemente prodotto, la quadara, una grande pentola tradizionale destinata a più usi. Dall'intervista fatta alla sig.ra Santa Ferone vedova del sig. Luigi abbiamo appreso che il signor Ferone era l'unico calderaio esistente a Centuripe; la bottega aveva sede a Centuripe in via Cicerone e nel proprio lavoro don Luigi veniva aiutato dalla moglie. I suoi prodotti li  vendeva oltre che a Centuripe nelle fiere dei paesi etnei: Randazzo, Bronte, Biancavilla ed anche a San Filippo d'Agira; inoltre una volta l'anno si trasferivano per 8 giorni a Biancavilla nell'occasione della festa di S. Placido patrono del paese. Intorno al 1950 circa una conca (braciere) costava 18 lire.


Erano diverse le fasi di lavorazione del rame per ottenere il prodotto finito. La prima operazione era legata alla scelta del foglio di rame. U fuogghiu di rami veniva comprato a metro ma pagato a peso; lo spessore variava da un millimetro a un millimetro e mezzo, due millimetri, questo per le quadari più grandi. Lo spessore utilizzato dipendeva molto dalle dimensioni dell'oggetto da realizzare e dall'uso a cui era adibito; lo spessore del rame era  determinante per quadari destinate alla lavorazione tradizionale del formaggio in cui il foglio di rame non deve superare certi limiti per consentire l'ebollizione del latte e la formazione della ricotta. Altra peculiarità invece è richiesta per quadari destinate alla produzione della salsa di pomodoro, tipica del mondo contadino. Una volta stabilito lo spessore si passava a tagliare la lastra di rame. Questa operazione si realizzava tramite a cisoia (forbice) e prende il nome di tagghiari a costi a quadara. In questa fase di lavorazione, sulla base delle dimensioni richieste, u quadararu squadrava il foglio di rame e lo ritagliava a strisce alle quali dava la forma di un cilindro attraverso l'operazione che consiste nell'addentellare il bordo del rettangolo ottenuto, per consentire l'unione dei laterali. Per realizzare ciò u quadararu si spostava in uno spazio all’aperto della sua bottega e con le forbici imprimeva degli intarsi su uno dei bordi, dopo saldava i bordi tra di loro.

Le saldature realizzabili erano di due tipi: la saldatura dolce e la saldatura forte. La prima era una lega di stagno e piombo mescolati insieme; la seconda invece era una lega composta di zinco, rame e piombo. L'arnese usato dal sig. Ferone con cui realizzava la saldatura era un'assicella di rame e ferro alle cui estremità erano posti da una parte un piolo di legno per consentirne l'impugnatura e dall'altro una bacchetta di ferro che veniva ribattuta tramite un martello. Quest'ultima, un volta scaldata, veniva fatta scivolare sulle due estremità da far combaciare (l'operazione svolta ad appiattire le parti unite con una serie di colpi di martello si chiamava allisciari a sirratura). Per questa operazione u quadararu utilizzava u palu chianu, che era una robusta asta di ferro incastrata verticalmente nel terreno, per consentire una maggiore resistenza della parte saldata; il cilindro veniva messo a ricociri sulla forgia e scaldato sul fuoco per qualche minuto. Ciò consentiva una maggiore presa alla saldatura, induritasi durante la fase della battitura. Ancora affidata al quadararu era l'operazione che consisteva nell'allargare il cilindro di rame. Con questa operazione l'oggetto si avviava ad assumere quella che era la sua forma definitiva.

L'operazione si realizzava con il martieddu a cogghiri. E' questo era uno dei tre martelli impiegati per la lavorazione della quadara, assieme cco martieddu ppi battiri, e  a mazzola di lignu, integralmente in legno. Molti degli strumenti tradizionali, adoperati dai quadarari, erano comuni anche ad altre professioni artigiane, che hanno ormai cessato la loro attività o che erano comunque destinate a un lento oblio, quali lo stagnaro e il lattaio. Non è raro che il ramaio stesso si sia, per un certo arco di tempo, dedicato anche a queste attività. Una volta allargato il cilindro ed emersa la forma che la quadara assumerà, si rendeva necessario passare alla successiva fase che comprendeva l'inserimento del fondo, questa operazione veniva eseguita con la mazzola di lignu sul palu chianu. Realizzato ciò si passava a farici u labbru a quadara e a definire il bordo. Durante questa operazione l'artigiano si appoggiava ancora al palu chianu che veniva utilizzato anche per la realizzazione de chiova. Per ottenerli venivano utilizzati residui di rame che una volta ritagliati venivano avvolti su se stessi e ribattuti con un martello. Una volta definito il bordo si passava all'inserimento del fondo della quadara. Il cerchio di rame veniva intaccato lungo tutta la circonferenza, a questo punto si stendeva uno strato di boraci (materia che si trovava nelle miniere d'oro, d'argento e di rame e che serviva ai ramieri per saldare i metalli e facilitarne la liquefazione)  sul disco ramato; dopo di che si passava alla saldatura, a fare cioè combaciare i lembi di base della quadara con le dimensioni del disco. In questa fase di lavorazione u quadararu passava a battere supra u palu tunnu ciò per consentire la curvatura dei lembi. Anche questo come u palu chianu era una robusta asta di ferro, ma a differenza di quest'ultimo il piano di battitura era tondo. L'operazione successiva è svolta a lisciari a sirratura cioè a schiacciare le due parti ben saldate.


      La cucitura veniva fatta strofinando il rame con una soluzione composta da acido solforico diluito con acqua e aggiunta di cloruro di sodio. La pulitura impediva al rame di bruciarsi e gli consentiva di mantenere, anche dopo l'impatto con il fuoco, il suo colore dorato. Temperato dal colore il rame era così pronto per essere appariggiatu  cioè privato dei difetti. Fatto ciò si passa na sirratura per asciugarla.

Per le quadare di uso quotidiano la stagnatura era l'operazione più frequente, ma anche la più delicata. Il sig. Luigi Ferone, oltre a produrle, li ristagnava anche a domicilio o in campagna. Il lavoro consisteva nello stemperare una lastra di zinco in acido muriatico; mentre il composto era ancora caldo si distribuiva sulle pareti e, facendolo scorrere in maniera uniforme, anche sul fondo. Dopo essere stata ripulita, a quadara veniva preparata passando dello stagno vergine, comprato a Catania presso i grandi distributori; lo stagno si faceva sciogliere nella pentola e si ridava il lucido con detersivo e paglietta d'acciaio. Infine si passava a collocarne i manici, con un punteruolo si praticavano dei fori sulle pareti laterali della quadara, e  si fissavano i manici con chiova. La quadara era, a questo punto, finita.


4 – Fornaie e forni pubblici

Anticamente il pane veniva fatto in casa dalle donne, con la frequenza di una, due volte la settimana, oppure una volta ogni dieci giorni a seconda la necessità della famiglia e del numero dei suoi componenti.

La farina, materia prima, che sicuramente non mancava mai nelle famiglie ad economia agricola, è stata uno degli elementi attorno alla quale è ruotata la vita dei ceti contadini per secoli, e il pane è frutto di questo lavoro che, oltre ad essere l'alimento che non doveva mancare mai su nessuna tavola contadina, rappresentava il simbolo religioso di unione familiare.

Il frumento veniva portato al mulino per essere macinato e trasformato in farina (intorno al 1940 si pagavano 4 soldi ogni kg di frumento). Una volta ottenuta la farina, la "panettiera casalinga" si accingeva alla preparazione della pasta. Una ventina di pani erano sufficienti per il fabbisogno settimanale di un'intera famiglia costituita da 6/7 persone; era indispensabile, ieri come oggi, il lievito (in dialetto centuripino cruscenti).  Si teneva un pò di lievito in un bicchiere e, quando si doveva fare il pane, si preparava la sera prima il cruscenti, cioè il lievito che il giorno dopo doveva servire per far lievitare circa sei munnia di farina (circa 24 kg). Il cruscenti si preparava con due, tre giumelle di farina setacciate a fontana in una insalatiera nella quale si aggiungeva acqua calda e lievito; dopo una rapida lavorazione con le mani lo si copriva ben bene in modo tale che col calore delle coperte potesse, durante la notte, diventare acido.

L'indomani si setacciavano i sei munnia di farina nella maidda la si apriva a fontana e dopo aver sciolto qui in mezzo il cruscenti si cominciava ad impastare con acqua calda, durante l’impasto si aggiungevano due grossi pugni di sale,  si continuava a lavorare la pasta fino a quando si riteneva che questa fosse abbastanza fine ed elastica. Dopo si preparavano i tavuluna  (tavole larghe 80 cm  e lunghe 125 cm); sopra vi si stendevano i supratavuluna, una coperta di lana e la tovaglia bianca che veniva stesa mezza sotto, spolverata ca simula, e mezza sopra a coprire le forme; preparato il letto con sopra i uasteddi a lievitare, l’insieme veniva coperto con il bummaggiu, a carpita (coperta rustica tessuta in casa, fatta con ritagli di stoffa, tenuti assieme da un ordito di cotone oppure con lana filata).

Dopo due o tre ore, veniva controllato il livello di lievitazione di modo che si potesse  dire alla furnera che il pane era quasi pronto per “entrare” in forno.

In ogni quartiere centuripino vi era la presenza di forni pubblici che lavoravano a pieno regime tutta la settimana; infatti le donne che li utilizzavano avevano dei giorni prestabiliti nei quali senza preavviso, potevano portarvi le uastedde a infornare. Il forno (qualcuno ancora sopravvive anche se inutilizzabile) era a pianta circolare, con volta a campana, costruito con mattoni o pietre refrattarie.

Si vuole qui sottolineare la figura di quelle donne che, vuoi per arrotondare la magra economia familiare, vuoi per tradizione di famiglia, svolgevano l’attività  di furnera; bisognava possedere un forno abbastanza capiente e lo utilizzavano ardiennulu, per tutte le altre donne del proprio quartiere, facendosi lasciare come  pagamento  una o due uastedde di pane a seconda della quantità di pane ‘nfurnatu.

Dopo che a furnera aveva iniziato ad ardiri il forno, l’interno di esso da bianco, col fumo, diventava nero ma ridiventava bianco con il calore; quando tutto il forno assumeva la stessa coloritura bianca era pronto per infornarvi il prodotto crudo. Ovviamente prima lo si ripuliva dalla carbonella che veniva spostata nello stutaluci.

All'inizio del secolo il momento da ‘nfurnata era per le donne del quartiere l'occasione per vedersi e scambiare qualche notizia, chiacchierare degli ultimi avvenimenti, delle nascite e delle morti. Le donne portavano i tavuluna con le uastedde pronte per essere infornate e le poggiavano su dei sostegni; la furnera prendeva la pala, le donne facevano dei fori sulla faccia delle uastedde, per consentire la fuoriuscita del vapore di cottura e per evitare che si formassero bolle d'aria tali da far separare la crosta esterna dal resto; consentire quindi compattezza al prodotto finale. Quando le uastedde riempivano il piano di cottura del forno, esso veniva chiuso, in modo tale che non vi fosse dispersione di calore.

Dopo circa venticinque minuti la furnera rigirava il pane nel forno in modo tale che la cottura di tutte le uastedde fosse uniforme. Passava quasi un'ora per la nuova apertura del forno che  serviva a soppesare con le mani l'avvenuta cottura del pane: se la uastedda era pesante era ancora vagnata, cioè il pane non era ancora asciutto e doveva stare ancora in forno, se al contrario essa aveva un peso di circa un chilo, un chilo e mezzo, voleva dire che la cottura era ormai ultimata.

     Quando il pane veniva sfornato, veniva posato sul tavuluni, si lasciava alla  furnera a mò di pagamento la sua uastedda e lo si portava a casa per conservarlo in un luogo fresco e asciutto, che ne garantisse la durata e la morbidezza.

Intorno al 1940 uno dei forni a pietra produttivi era quello del sig. Pecora Sebastiano classe 1903, originario di Calascibetta ma, dal 1960, centuripino di adozione. Il sig. Sebastiano Pecora teneva una donna che ardia u furnu. Tale prestazione veniva ricompensata con un pane di circa un chilo e mezzo per ogni infornata. In altri casi il sig. Sebastiano Pecora metteva a disposizione il forno e gli attrezzi necessari per la cottura e il committente invece portava la legna o la paglia per ardiri u furnu.

 

5 – Sarti

Le sartorie a Centuripe avevano, come in tutti i centri rurali e contadini, un rapporto diretto con i lavoratori della terra. Le maggiori commissioni di lavoro si animavano, soprattutto, con la conclusione del ciclo del grano (che coincideva con le feste patronali), oltre che con sposalizi o altri avvenimenti civili e religiosi. Le testimonianze raccolte sono relative a sartorie maschili, ma talune situazioni si riscontravano anche nell’universo femminile.

Per il sig. Paternò Giuseppe (classe 1935, attività lavorativa 1949-64) lavorare dal sarto e diventare un sarto fu una scelta personalissima. La sua prima esperienza lavorativa risale al 1949 quando egli aveva solo 14 anni. Il suo apprendistato non era remunerato e fu svolto presso un sarto del tempo il sig. Biondi. Egli si ricorda che il lavoro era più intenso durante le feste patronali, quando i massari e i contadini salivano in paese dalle campagne. Le feste religiose come si sa erano importanti e diventavano occasione di acquisti. Le feste paesane  tra l'altro coincidevano col periodo in cui il loro lavoro era completo ed essi avevano a disposizione i soldi per l'acquisto di vestiario o attrezzi agricoli nel mercato patronale. Le commissioni ai sarti si concentravano quindi durante questo periodo.

All'età di 20 anni, quando egli era diventato pratico del lavoro, fu invitato a Lentini nella sartoria del sig. Marletta, dove il sig. Paternò svolgeva lavoro retribuito. La paga era di 1.000 lire al giorno più vitto ed alloggio con l'aggiunta di 10.000 lire alla fine della settimana lavorativa. La giornata lavorativa cominciava al mattino e si concludeva alle 19,30-19,45 serali, ma il proprietario lavorava fino a tarda notte. Tra il 1952-53 lavorò presso le sartorie Romano, Stancanelli a Paternò. Il lavoro era a cottimo: 100 lire per 1 colletto; 150 lire per le maniche; 700 lire per 1 giacca pronta per 1 o 2 prove, quindi non ultimata.

La fornitura della stoffa avveniva per commesse nei campionari provenienti da ditte milanesi o catanesi. Per le prime si ricorda Marzotto, Ermenengilda, Mario Zegna, per le seconde si ricorda Strano. Certamente tali marche erano costose e non tutti potevano permettersi di acquistare nel 1964 un vestito al costo di lire 10.000, quindi  o venivano scelte stoffe più scadenti oppure il cliente stesso forniva la stoffa al sarto. Un certo sig. Santoro proprietario di un negozio di fiori (ora non più esistente) acquistava stoffa da un ambulante per 1.000 lire al metro per venderla poi il doppio o il triplo del prezzo.

Importante sottolineare inoltre, che prima degli anni 60 il vestito veniva spesso scambiato con i prodotti della terra. In quei tempi era infatti la donna che teneva l'economia della casa e  si occupava di commissionare i vestiti, all'insaputa del marito soprattutto quando doveva fari cupariri a figghia zita.

Il Sig. Argena Giuseppe (attività lavorativa 1940-1990) a conferma, ribadiva  che il periodo lavorativo più intenso ricadeva nei mesi estivi e intorno alle feste patronali. In altri  periodi dell'anno la commissione del vestito veniva fatta in occasione di matrimoni e in questo caso il massaru che rappresentava una classe agiata commissionava anche due vestiti, uno per il rito legale ed uno per il rito religioso per se e la famiglia. Il massaru pagava sempre in contanti, laddove tra artigiani era possibile anche lo scambio.

Spesso le stoffe erano fornite dagli stessi clienti, ma dagli anni 50 al '67 era possibile commissionare da campionari di stoffe di diverso tipo e qualità. Nel caso della commissione tramite campionario i clienti potevano usufruire di agevolazioni come ad esempio detrazione delle spese. Per quanto riguarda i costi del vestito i prezzi erano di 50 lire a vestito prima della guerra. Nel '52 si aggirava tra le 4.500-5.000-5.500 lire a vestito compreso di manifattura e fodera.

I lavoranti cominciavano il loro apprendistato all'età di 8 - 10 anni e occorreva un periodo complessivo di 2 anni per apprendere il mestiere a seconda della disponibilità del sarto. Spesso, infatti i sarti erano gelosi del loro mestiere e quindi tendevano a mantenere i propri lavoranti apprendisti per molti anni. Con veri lavoranti si facevano fino a 5 vestiti alla settimana. Un sarto più tre o quattro picciuotti erano abbastanza per l'ultimazione di 5 vestiti.

I lavoranti lavoravano a cottimo e venivano pagati a 1.500 lire per giacca. I clienti più affidabili erano i massari e gli artigiani, mentre gli operai lo erano meno, date le condizioni precarie lavorative in cui vivevano, tra l'altro il contadino era un cliente occasionale in quanto si faceva il vestito una volta l'anno. Il sig. Argena ha anche preso lavoro da Paternò per conto della  sartoria Romano o da Lentini, territorio allora molto ricco sia in termini di rendita della terra che quindi di domanda.

Il sig. Pippo Adamo (attività lavorativa 1930/53) iniziò l'attività del sarto a 6-7 anni (1930 ca.) presso la sartoria del fratello Prospero. La mattina andava a scuola e il pomerigio si recava presso la sartoria del fratello per apprendere il mestiere. Il sig. Adamo Prospero nella sua sartoria oltre al fratello aveva altri carusi i quali non venivano pagati in quanto si recavano li per imparare il mestire; e dopo avere acquisito (dopo anni di lavoro) una certa pratica potevano decidere se mettersi in proprio o rimanere sotto le dipendenze del sarto. Il periodo lavorativo più intenso si svolgeva nei mesi estivi e nei primi giorni precedenti le feste principali e patronali.

Per confezionare un vestito si impiegavano tre giorni perchè venissero rifiniti bene; esso consisteva in giacca, pantaloni e gilet; mentre nei tempi addietro la lavorazione era grezza, senza imbottitura, solo con stoffa e fodera e si impiegava mezza giornata e il sig. Di Leo (piliddu) geloso di insegnare il mestiere agli altri confezionava 18 vestiti alla settimana. La stoffa la portava il cliente comprandola nei negozi del paese (Palazzo, Arena) mentre la fodera, l'imbottitura, il filo e i bottoni li metteva il sig. Adamo e li comprava da Nanni (via Manzoni Catania) e Palumbo (p.zza Spirito Santo Catania) e venivano pagati sempre in contanti.

Il cliente quando commissionava il vestito, solo rare volte pagava in contanti e la maggior parte delle volte si prendeva del tempo per pagare, in quanto, non avendo denaro contante dovevano aspettare il raccolto di frumento, di fave e di altri prodotti; questo modo di pagamento finì con il dopoguerra in quanto il materiale che occorreva per fare i vestiti subiva quotidianamente aumenti, infatti 1 spagnoletta che costava 2 lire dopo il dopoguerra arrivava a 800 lire.

Il costo della manifattura era di 10/15 lire quando il cliente forniva la stoffa al sarto, quando invece la stoffa la forniva il sarto il vestito completo veniva a costare 30 lire. Subito dopo il 2° dopoguerra la manifattura e i recapiti venivano a costare circa 1.500 lire e la stoffa 3.000 lire al metro, ma con la crescente inflazione dovuta alla mancanza di materie prime o meglio per la loro difficile reperibilità, i prezzi dei prodotti finiti continuarono ad aumentare a vista d'occhio.

 

In memoria dei Sigg.

Adamo Giuseppe

Argena Giuseppe

Palazzo Giuseppe

Fine seconda parte