Centuripe
nel Novecento
Testimonianze
di cultura materiale
Parte seconda
3 – Calderai
Una delle botteghe artigiane, che il tempo sembra destinare all’oblio, è quella del calderaio quadararu, dal nome dell'oggetto più frequentemente prodotto, la quadara, una grande pentola tradizionale destinata a più usi. Dall'intervista fatta alla sig.ra Santa Ferone vedova del sig. Luigi abbiamo appreso che il signor Ferone era l'unico calderaio esistente a Centuripe; la bottega aveva sede a Centuripe in via Cicerone e nel proprio lavoro don Luigi veniva aiutato dalla moglie. I suoi prodotti li vendeva oltre che a Centuripe nelle fiere dei paesi etnei: Randazzo, Bronte, Biancavilla ed anche a San Filippo d'Agira; inoltre una volta l'anno si trasferivano per 8 giorni a Biancavilla nell'occasione della festa di S. Placido patrono del paese. Intorno al 1950 circa una conca (braciere) costava 18 lire.
Erano
diverse le fasi di lavorazione del rame per ottenere il prodotto finito. La
prima operazione era legata alla scelta del foglio di rame. U fuogghiu di rami veniva comprato a
metro ma pagato a peso; lo spessore variava da un millimetro a un millimetro e
mezzo, due millimetri, questo per le quadari
più grandi. Lo spessore utilizzato dipendeva molto dalle dimensioni dell'oggetto
da realizzare e dall'uso a cui era adibito; lo spessore del rame era determinante per quadari destinate alla lavorazione tradizionale del formaggio in
cui il foglio di rame non deve superare certi limiti per consentire
l'ebollizione del latte e la formazione della ricotta. Altra peculiarità invece
è richiesta per quadari destinate
alla produzione della salsa di pomodoro, tipica del mondo contadino. Una volta
stabilito lo spessore si passava a tagliare la lastra di rame. Questa
operazione si realizzava tramite a cisoia
(forbice) e prende il nome di tagghiari a
costi a quadara. In questa fase di lavorazione, sulla base delle dimensioni
richieste, u quadararu squadrava il
foglio di rame e lo ritagliava a strisce alle quali dava la forma di un
cilindro attraverso l'operazione che consiste nell'addentellare il bordo del
rettangolo ottenuto, per consentire l'unione dei laterali. Per realizzare ciò u quadararu si spostava in uno spazio all’aperto
della sua bottega e con le forbici imprimeva degli intarsi su uno dei bordi, dopo
saldava i bordi tra di loro.
Le
saldature realizzabili erano di due tipi: la saldatura dolce e la saldatura
forte. La prima era una lega di stagno e piombo mescolati insieme; la seconda invece
era una lega composta di zinco, rame e piombo. L'arnese usato dal sig. Ferone
con cui realizzava la saldatura era un'assicella di rame e ferro alle cui
estremità erano posti da una parte un piolo di legno per consentirne
l'impugnatura e dall'altro una bacchetta di ferro che veniva ribattuta tramite un
martello. Quest'ultima, un volta scaldata, veniva fatta scivolare sulle due
estremità da far combaciare (l'operazione svolta ad appiattire le parti unite
con una serie di colpi di martello si chiamava allisciari a sirratura). Per questa operazione u quadararu utilizzava u palu
chianu, che era una robusta asta di ferro incastrata verticalmente nel
terreno, per consentire una maggiore resistenza della parte saldata; il
cilindro veniva messo a ricociri
sulla forgia e scaldato sul fuoco per
qualche minuto. Ciò consentiva una maggiore presa alla saldatura, induritasi
durante la fase della battitura. Ancora affidata al quadararu era l'operazione che consisteva nell'allargare il
cilindro di rame. Con questa operazione l'oggetto si avviava ad assumere quella
che era la sua forma definitiva.
L'operazione
si realizzava con il martieddu a cogghiri.
E' questo era uno dei tre martelli impiegati per la lavorazione della quadara, assieme cco martieddu ppi battiri, e a
mazzola di lignu, integralmente in legno. Molti degli strumenti
tradizionali, adoperati dai quadarari, erano comuni anche ad altre professioni
artigiane, che hanno ormai cessato la loro attività o che erano comunque
destinate a un lento oblio, quali lo stagnaro e il lattaio. Non è raro che il
ramaio stesso si sia, per un certo arco di tempo, dedicato anche a queste
attività. Una volta allargato il cilindro ed emersa la forma che la quadara assumerà, si rendeva necessario
passare alla successiva fase che comprendeva l'inserimento del fondo, questa
operazione veniva eseguita con la mazzola
di lignu sul palu chianu.
Realizzato ciò si passava a farici u
labbru a quadara e a definire il bordo. Durante questa operazione
l'artigiano si appoggiava ancora al palu
chianu che veniva utilizzato anche per la realizzazione de chiova. Per ottenerli venivano
utilizzati residui di rame che una volta ritagliati venivano avvolti su se
stessi e ribattuti con un martello. Una volta definito il bordo si passava
all'inserimento del fondo della quadara.
Il cerchio di rame veniva intaccato lungo tutta la circonferenza, a questo
punto si stendeva uno strato di boraci
(materia che si trovava nelle miniere d'oro, d'argento e di rame e che serviva ai
ramieri per saldare i metalli e facilitarne la liquefazione) sul disco ramato; dopo di che si passava alla
saldatura, a fare cioè combaciare i lembi di base della quadara con le dimensioni del disco. In questa fase di lavorazione u quadararu passava a battere supra u palu tunnu ciò per consentire la
curvatura dei lembi. Anche questo come u
palu chianu era una robusta asta di ferro, ma a differenza di quest'ultimo
il piano di battitura era tondo. L'operazione successiva è svolta a lisciari a sirratura cioè a
schiacciare le due parti ben saldate.
La cucitura veniva
fatta strofinando il rame con una soluzione composta da acido solforico diluito
con acqua e aggiunta di cloruro di sodio. La pulitura impediva al rame di
bruciarsi e gli consentiva di mantenere, anche dopo l'impatto con il fuoco, il
suo colore dorato. Temperato dal colore il rame era così pronto per essere appariggiatu cioè privato dei difetti. Fatto ciò si passa na sirratura per asciugarla.
Per
le quadare di uso quotidiano la
stagnatura era l'operazione più frequente, ma anche la più delicata. Il sig.
Luigi Ferone, oltre a produrle, li ristagnava anche a domicilio o in campagna.
Il lavoro consisteva nello stemperare una lastra di zinco in acido muriatico;
mentre il composto era ancora caldo si distribuiva sulle pareti e, facendolo
scorrere in maniera uniforme, anche sul fondo. Dopo essere stata ripulita, a quadara veniva preparata passando
dello stagno vergine, comprato a Catania presso i grandi distributori; lo
stagno si faceva sciogliere nella pentola e si ridava il lucido con detersivo e
paglietta d'acciaio. Infine si passava a collocarne i manici, con un punteruolo
si praticavano dei fori sulle pareti laterali della quadara, e si fissavano i manici con chiova. La quadara era, a
questo punto, finita.
4 – Fornaie e forni pubblici
Anticamente
il pane veniva fatto in casa dalle donne, con la frequenza di una, due volte la
settimana, oppure una volta ogni dieci giorni a seconda la necessità della
famiglia e del numero dei suoi componenti.
La
farina, materia prima, che sicuramente non mancava mai nelle famiglie ad economia
agricola, è stata uno degli elementi attorno alla quale è ruotata la vita dei
ceti contadini per secoli, e il pane è frutto di questo lavoro che, oltre ad
essere l'alimento che non doveva mancare mai su nessuna tavola contadina, rappresentava
il simbolo religioso di unione familiare.
Il
frumento veniva portato al mulino per essere macinato e trasformato in farina
(intorno al 1940 si pagavano 4 soldi ogni kg di frumento). Una volta ottenuta
la farina, la "panettiera casalinga" si accingeva alla preparazione
della pasta. Una ventina di pani erano sufficienti per il fabbisogno
settimanale di un'intera famiglia costituita da 6/7 persone; era
indispensabile, ieri come oggi, il lievito (in dialetto centuripino cruscenti). Si teneva un pò di lievito in un bicchiere e,
quando si doveva fare il pane, si preparava la sera prima il cruscenti, cioè il lievito che il giorno
dopo doveva servire per far lievitare circa sei munnia di farina (circa 24 kg). Il cruscenti si preparava con due, tre giumelle di farina setacciate a
fontana in una insalatiera nella quale si aggiungeva acqua calda e lievito;
dopo una rapida lavorazione con le mani lo si copriva ben bene in modo tale che
col calore delle coperte potesse, durante la notte, diventare acido.
L'indomani
si setacciavano i sei munnia di
farina nella maidda la si apriva a
fontana e dopo aver sciolto qui in mezzo il cruscenti
si cominciava ad impastare con acqua calda, durante l’impasto si aggiungevano
due grossi pugni di sale, si continuava
a lavorare la pasta fino a quando si riteneva che questa fosse abbastanza fine
ed elastica. Dopo si preparavano i
tavuluna (tavole larghe 80 cm e lunghe 125 cm); sopra vi si stendevano i supratavuluna, una coperta di lana e la
tovaglia bianca che veniva stesa mezza sotto, spolverata ca simula, e mezza sopra a coprire le forme; preparato il letto con
sopra i uasteddi a lievitare,
l’insieme veniva coperto con il bummaggiu,
a carpita (coperta rustica tessuta in
casa, fatta con ritagli di stoffa, tenuti assieme da un ordito di cotone oppure
con lana filata).
Dopo
due o tre ore, veniva controllato il livello di lievitazione di modo che si
potesse dire alla furnera che il pane era quasi pronto per “entrare” in forno.
In
ogni quartiere centuripino vi era la presenza di forni pubblici che lavoravano
a pieno regime tutta la settimana; infatti le donne che li utilizzavano avevano
dei giorni prestabiliti nei quali senza preavviso, potevano portarvi le uastedde a infornare. Il forno (qualcuno
ancora sopravvive anche se inutilizzabile) era a pianta circolare, con volta a
campana, costruito con mattoni o pietre refrattarie.
Si
vuole qui sottolineare la figura di quelle donne che, vuoi per arrotondare la
magra economia familiare, vuoi per tradizione di famiglia, svolgevano
l’attività di furnera; bisognava possedere un forno abbastanza capiente e lo
utilizzavano ardiennulu, per tutte le
altre donne del proprio quartiere, facendosi lasciare come pagamento
una o due uastedde di pane a
seconda della quantità di pane ‘nfurnatu.
Dopo
che a furnera aveva iniziato ad ardiri il forno, l’interno di esso da
bianco, col fumo, diventava nero ma ridiventava bianco con il calore; quando
tutto il forno assumeva la stessa coloritura bianca era pronto per infornarvi
il prodotto crudo. Ovviamente prima lo si ripuliva dalla carbonella che veniva
spostata nello stutaluci.
All'inizio
del secolo il momento da ‘nfurnata
era per le donne del quartiere l'occasione per vedersi e scambiare qualche notizia,
chiacchierare degli ultimi avvenimenti, delle nascite e delle morti. Le donne
portavano i tavuluna con le uastedde pronte per essere infornate e
le poggiavano su dei sostegni; la furnera
prendeva la pala, le donne facevano dei fori sulla faccia delle uastedde, per consentire la fuoriuscita
del vapore di cottura e per evitare che si formassero bolle d'aria tali da far
separare la crosta esterna dal resto; consentire quindi compattezza al prodotto
finale. Quando le uastedde riempivano
il piano di cottura del forno, esso veniva chiuso, in modo tale che non vi
fosse dispersione di calore.
Dopo
circa venticinque minuti la furnera
rigirava il pane nel forno in modo tale che la cottura di tutte le uastedde fosse
uniforme. Passava quasi un'ora per la nuova apertura del forno che serviva a soppesare con le mani l'avvenuta
cottura del pane: se la uastedda era
pesante era ancora vagnata, cioè il
pane non era ancora asciutto e doveva stare ancora in forno, se al contrario
essa aveva un peso di circa un chilo, un chilo e mezzo, voleva dire che la
cottura era ormai ultimata.
Quando il pane
veniva sfornato, veniva posato sul tavuluni,
si lasciava alla furnera a mò di pagamento la sua uastedda e lo si portava a casa per conservarlo in un luogo fresco
e asciutto, che ne garantisse la durata e la morbidezza.
Intorno
al 1940 uno dei forni a pietra produttivi era quello del sig. Pecora Sebastiano
classe 1903, originario di Calascibetta ma, dal 1960, centuripino di adozione.
Il sig. Sebastiano Pecora teneva una donna che ardia u furnu. Tale prestazione veniva ricompensata con un pane di
circa un chilo e mezzo per ogni infornata. In altri casi il sig. Sebastiano
Pecora metteva a disposizione il forno e gli attrezzi necessari per la cottura
e il committente invece portava la legna o la paglia per ardiri u furnu.
5 – Sarti
Le
sartorie a Centuripe avevano, come in tutti i centri rurali e contadini, un
rapporto diretto con i lavoratori della terra. Le maggiori commissioni di
lavoro si animavano, soprattutto, con la conclusione del ciclo del grano (che
coincideva con le feste patronali), oltre che con sposalizi o altri avvenimenti
civili e religiosi. Le testimonianze raccolte sono relative a sartorie maschili,
ma talune situazioni si riscontravano anche nell’universo femminile.
Per
il sig. Paternò Giuseppe (classe 1935, attività lavorativa 1949-64) lavorare
dal sarto e diventare un sarto fu una scelta personalissima. La sua prima
esperienza lavorativa risale al 1949 quando egli aveva solo 14 anni. Il suo
apprendistato non era remunerato e fu svolto presso un sarto del tempo il sig.
Biondi. Egli si ricorda che il lavoro era più intenso durante le feste
patronali, quando i massari e i
contadini salivano in paese dalle campagne. Le feste religiose come si sa erano
importanti e diventavano occasione di acquisti. Le feste paesane tra l'altro coincidevano col periodo in cui
il loro lavoro era completo ed essi avevano a disposizione i soldi per
l'acquisto di vestiario o attrezzi agricoli nel mercato patronale. Le
commissioni ai sarti si concentravano quindi durante questo periodo.
All'età
di 20 anni, quando egli era diventato pratico del lavoro, fu invitato a Lentini
nella sartoria del sig. Marletta, dove il sig. Paternò svolgeva lavoro
retribuito. La paga era di 1.000 lire al giorno più vitto ed alloggio con
l'aggiunta di 10.000 lire alla fine della settimana lavorativa. La giornata
lavorativa cominciava al mattino e si concludeva alle 19,30-19,45 serali, ma il
proprietario lavorava fino a tarda notte. Tra il 1952-53 lavorò presso le
sartorie Romano, Stancanelli a Paternò. Il lavoro era a cottimo: 100 lire per 1
colletto; 150 lire per le maniche; 700 lire per 1 giacca pronta per 1 o 2
prove, quindi non ultimata.
La
fornitura della stoffa avveniva per commesse nei campionari provenienti da
ditte milanesi o catanesi. Per le prime si ricorda Marzotto, Ermenengilda,
Mario Zegna, per le seconde si ricorda Strano. Certamente tali marche erano
costose e non tutti potevano permettersi di acquistare nel 1964 un vestito al
costo di lire 10.000, quindi o venivano
scelte stoffe più scadenti oppure il cliente stesso forniva la stoffa al sarto.
Un certo sig. Santoro proprietario di un negozio di fiori (ora non più
esistente) acquistava stoffa da un ambulante per 1.000 lire al metro per
venderla poi il doppio o il triplo del prezzo.
Importante
sottolineare inoltre, che prima degli anni 60 il vestito veniva spesso
scambiato con i prodotti della terra. In quei tempi era infatti la donna che
teneva l'economia della casa e si
occupava di commissionare i vestiti, all'insaputa del marito soprattutto quando
doveva fari cupariri a figghia zita.
Il
Sig. Argena Giuseppe (attività lavorativa 1940-1990) a conferma, ribadiva che il periodo lavorativo più intenso ricadeva
nei mesi estivi e intorno alle feste patronali. In altri periodi dell'anno la commissione del vestito
veniva fatta in occasione di matrimoni e in questo caso il massaru che rappresentava una classe agiata commissionava anche due
vestiti, uno per il rito legale ed uno per il rito religioso per se e la
famiglia. Il massaru pagava sempre in
contanti, laddove tra artigiani era possibile anche lo scambio.
Spesso
le stoffe erano fornite dagli stessi clienti, ma dagli anni 50 al '67 era
possibile commissionare da campionari di stoffe di diverso tipo e qualità. Nel
caso della commissione tramite campionario i clienti potevano usufruire di
agevolazioni come ad esempio detrazione delle spese. Per quanto riguarda i
costi del vestito i prezzi erano di 50 lire a vestito prima della guerra. Nel
'52 si aggirava tra le 4.500-5.000-5.500 lire a vestito compreso di manifattura
e fodera.
I
lavoranti cominciavano il loro apprendistato all'età di 8 - 10 anni e occorreva
un periodo complessivo di 2 anni per apprendere il mestiere a seconda della
disponibilità del sarto. Spesso, infatti i sarti erano gelosi del loro mestiere
e quindi tendevano a mantenere i propri lavoranti apprendisti per molti anni. Con
veri lavoranti si facevano fino a 5 vestiti alla settimana. Un sarto più tre o
quattro picciuotti erano abbastanza
per l'ultimazione di 5 vestiti.
I
lavoranti lavoravano a cottimo e venivano pagati a 1.500 lire per giacca. I
clienti più affidabili erano i massari
e gli artigiani, mentre gli operai lo erano meno, date le condizioni precarie
lavorative in cui vivevano, tra l'altro il contadino era un cliente occasionale
in quanto si faceva il vestito una volta l'anno. Il sig. Argena ha anche preso
lavoro da Paternò per conto della
sartoria Romano o da Lentini, territorio allora molto ricco sia in
termini di rendita della terra che quindi di domanda.
Il
sig. Pippo Adamo (attività lavorativa 1930/53) iniziò l'attività del sarto a
6-7 anni (1930 ca.) presso la sartoria del fratello Prospero. La mattina andava
a scuola e il pomerigio si recava presso la sartoria del fratello per
apprendere il mestiere. Il sig. Adamo Prospero nella sua sartoria oltre al
fratello aveva altri carusi i quali
non venivano pagati in quanto si recavano li per imparare il mestire; e dopo
avere acquisito (dopo anni di lavoro) una certa pratica potevano decidere se
mettersi in proprio o rimanere sotto le dipendenze del sarto. Il periodo
lavorativo più intenso si svolgeva nei mesi estivi e nei primi giorni precedenti
le feste principali e patronali.
Per
confezionare un vestito si impiegavano tre giorni perchè venissero rifiniti
bene; esso consisteva in giacca, pantaloni e gilet; mentre nei tempi addietro
la lavorazione era grezza, senza imbottitura, solo con stoffa e fodera e si
impiegava mezza giornata e il sig. Di Leo (piliddu)
geloso di insegnare il mestiere agli altri confezionava 18 vestiti alla
settimana. La stoffa la portava il cliente comprandola nei negozi del paese
(Palazzo, Arena) mentre la fodera, l'imbottitura, il filo e i bottoni li
metteva il sig. Adamo e li comprava da Nanni (via Manzoni Catania) e Palumbo
(p.zza Spirito Santo Catania) e venivano pagati sempre in contanti.
Il
cliente quando commissionava il vestito, solo rare volte pagava in contanti e
la maggior parte delle volte si prendeva del tempo per pagare, in quanto, non
avendo denaro contante dovevano aspettare il raccolto di frumento, di fave e di
altri prodotti; questo modo di pagamento finì con il dopoguerra in quanto il materiale
che occorreva per fare i vestiti subiva quotidianamente aumenti, infatti 1 spagnoletta che costava 2 lire dopo il
dopoguerra arrivava a 800 lire.
Il
costo della manifattura era di 10/15 lire quando il cliente forniva la stoffa
al sarto, quando invece la stoffa la forniva il sarto il vestito completo
veniva a costare 30 lire. Subito dopo il 2° dopoguerra la manifattura e i recapiti venivano a costare circa 1.500
lire e la stoffa 3.000 lire al metro, ma con la crescente inflazione dovuta
alla mancanza di materie prime o meglio per la loro difficile reperibilità, i
prezzi dei prodotti finiti continuarono ad aumentare a vista d'occhio.
In memoria dei
Sigg.
Adamo Giuseppe
Argena
Giuseppe
Palazzo
Giuseppe
Fine
seconda parte








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