venerdì 28 febbraio 2025

Centuripe nel Novecento - parte prima

 

Centuripe nel Novecento

Testimonianze di cultura materiale

Parte prima

Premessa

 Fabbri e maniscalchi, battirame, vasai, calzolai, sarti, muratori, allevatori e casari, falegnami ed ebanisti, fornai e produzione del pane, cicli del vino, del grano e dell’olio, tessitura e lavori casalinghi etc.. Attività produttive, tutte, che hanno danno corpo alla cultura materiale di una comunità; che aiutano a capire come essa abbia vissuto nel recente passato e come si sia evoluta, quali valori hanno trasmesso e come abbiano contribuito alla memoria collettiva. Questi brevi contributi non vogliono essere esaustivi, anzi, sono volti a promuovere ulteriori indagini, approfondimenti, studi e ricerche sul campo da parte delle nuove generazioni. Chissà che nelle memorie dei propri antenati o in qualche passata attività non si trovino spunti e idee per il proprio futuro.

1 – Fabbri e maniscalchi

I padroni del fuoco e maestri del ferro a Centuripe, nel corso del novecento, erano presenti, ma in numero esiguo; ciò gli permetteva di condurre una vita abbastanza agiata rispetto ad altre categorie di maestranze. I Fabbri e i maniscalchi, fino agli anni ‘60 del novecento, venivano considerati in paese una categoria di lavoratori di una certa importanza a cui portare certamente rispetto.

Ciò emerge da una intervista al Signor Castiglione Salvatore, di professione Fabbro e figlio d'arte.

Il fu padre Antonino, centuripino, classe 1916, quasi per dedizione innata cominciò a frequentare la forgia degli zii (i fratelli Romano); a diciotto anni acquistò una forgia e si mise a lavorare in proprio. Il lavoro del fabbro il sig. Antonino lo espletava durante i giorni feriali della settimana; la domenica, o i giorni festivi in genere, invece li dedicava all’attività del maniscalco. Si occupava cioè di ferrare  cavalli, muli ed asini, utilizzati nelle varie attività produttive, e solo durante quei giorni preparava, forgiava ed inchiodava ferri di cavallo.

Una volta pronti i nuovi ferri, venivano rimossi con la tenaglia i chiodi e i ferri usurati dagli zoccoli degli animali. Quindi, con una tenaglia e una paletta tagliente, il maniscalco, tagliava la parte cresciuta delle unghie. In una seconda fase il taglio veniva rifinito usando una lima, per favorire l’aderenza del nuovo ferro alla pianta dello zoccolo. I ferri, prima della posa, venivano bucati ancora caldi per mezzo di ributti (burini) e venivano applicati agli zoccoli con chiodi che attraversavano in senso obliquo gli zoccoli fino a fuoriuscire dai lati ed essere ribattuti ad uncino, quindi a garantire una maggiore tenuta. Da maniscalco si occupava, a volte, anche di estrarre i denti malandati degli animali da soma, il cui dolore a volte non permetteva all'animale di potersi nutrire.

Nel laboratorio di viale Fiorenza sono rimasti, sino a qualche anno fa, diversi oggetti realizzati dal fabbro Castiglione Antonino, tra cui un candelabro, un pigno, una testata di pali di recinzioni, quadrifogli, pezzi di ringhiera e di cancello, piccoli obelischi per cancelli e per pilastri, un fiore gallo etc…

Inoltre a casa del sig. Castiglione erano ancora visibili altri oggetti in ferro da lui realizzati tra cui: catenacci, farfalle, grappoli d'uva, cigni, porta lampade a piede, portavasi, un bouquet ricavato dalla trasformazione di un bossolo di cannone, portacenere a forma di serpente, una lanterna, una bella coda di pavone posta sul portone. Questi bellissime realizzazioni invendute, se non altro, ancora testimoniano le capacità artistiche e lavorative del Castiglione.

Tra i lavori di una certa importanza realizzati a Centuripe dal signor Antonino figurano:  i balconi del farmacista Dott. Cacia, i balconi del dott. De Marco Aurelio, in piazza Aristide Sciacca, al fratello di quest'ultimo realizzò degli aratri, al sig. Gallone Vincenzo, proprietario terriero, realizzò aratri e zappe; inoltre i cancelli in ferro del cimitero di Centuripe e la cancellata della Chiesa del Crocifisso (realizzata a mano senza elettro saldature), all’inizio degli anni ’50.

Tra i prezzi che venivano praticati negli anni cinquanta, per i lavori del fabbro, u supraluci (il sopraluce era la  mezzaluna sulla sommità dei portoni) costava dalle 1000 alle 1800 lire, la cui realizzazione impegnava tre giorni circa di lavoro; per un aratro chiedeva cinquemila lire, e, con l'aiuto di un apprendista, impiegava da quattro a cinque giorni di lavoro.

Il sig. Romano Giuseppe, uno dei fratelli Romano soprannominati  I Calori, confermò che il sig. Antonino Castiglione aveva lavorato sotto la maestranza di suo nonno Calogero Romano e poi sotto quella di suo padre Nicolò. I due fratelli Romano (Giuseppe e Calogero) erano considerati i migliori maniscalchi del territorio di Centuripe: per ferrare un qudrupede si facevano pagare 1,5 lire, mezza lire in più rispetto agli altri maniscalchi e si occupavano anche di curare le malattie più comuni degli equini: U mali da panza (il mal di pancia) che curavano con l'argilla; U mali o tiru (tetano) che diagnosticavano per le graffiature che apparivano sul collo dell'animale; A giarda (un male che si manifesta alle ginocchia dell'animale per cadute e artrosi e veniva curato con il ferro arroventato); U mali da furmicola (il male della formica) dovuto  ad un parassita che indebolisce l'unghia dell'animale.

Pippu Calori e il fratello Calogero, per le attività di fabbro, acquistavano il ferro a Catania da diversi commercianti di via Libertà, via Ursino e via D'Amico. Il carbone lo compravano invece al porto di Catania. Il ferro veniva venduto all’epoca  a 65 lire al chilo, mentre il carbone costava 12 lire al chilo. Un balcone nel '45 il sig. Romano lo vendeva a 200 lire al chilo.

Alcuni lavori realizzati dai fabbri del paese: in piazza Sciacca i balconi in ferro battuti sono stati realizzati da Milazzo Carmine e da Antonino De Silvestri; i balconi dell'avv. Bonomo sono stati realizzati dal sig. Romano; la cancellata di via Garibaldi fu riparata dal sig. Romano; un cancello di un'abitazione in piazza Duomo è opera del sig. Romano Nicolò; il cancello e le ringhiere laterali del Duomo sono stati realizzati dal sig. Romano Rosolino, zio del sig. Giuseppe.

A seguito di una richiesta fatta dall'ufficio provinciale del lavoro di Enna il 20 giugno 1944, il Comune di Centuripe trasmise, il successivo 26 giugno, un elenco dei fabbri che in quel tempo lavoravano a Centuripe: De Silvestri Antonino fu Lorenzo, Milazzo Carmelo fu Salvatore (questi due ritenuti i migliori fabbri del paese) Bonifacio Giuseppe fu Natalino, Brex Gaetano fu Giacomo, Castiglione Antonino fu Salvatore, Crimi Francesco fu Antonino, De Silvestri Lorenzo fu Antonino, Granata Calogero fu Tommaso. Gli artigiani presenti sul territorio sicuramente erano molti di più, però non tutti  risultavano iscritti o piuttosto erano dipendenti di altre imprese; così il sig. Sirna Leonardo che svolgeva l’attività di fabbro in una delle miniere di zolfo del territorio centuripino; il sig. Stima Gaetano che era il fabbro nella miniera Marmora - Palmieri nel '46.

2 – Calzolai

Diversi Scarpari (calzolai) hanno svolto l'attività artigianale a Centuripe fino alla fine del novecento. Il lavoro di calzolaio nella società contadina non era tenuto in grande considerazione, e ad esso venivano avviati ragazzi gracili che non erano in grado di lavorare nei campi o ragazzi che dovevano continuare l'attività del padre.

 Oggi le attività del calzolaio si riconducono alle varie forme di riparazione delle calzature, a differenza del passato in cui il lavoro do scarparu era molto variegato ed andava dalla progettazione alla realizzazione delle calzature; dai modelli più raffinati fino ai scarpuna chi tacci, (scarpe indistruttibili chiodate che spesso venivano scambiate con determinati quantitativi di frumento).

Mettere su una bottega da calzolaio richiedeva poco: una stanza, anche piccola, una serie di attrezzi quali: liescina, u scettu, raspa, furma, tirafurma, sticchetta, martiddina, batticuoio, vanchitta, ecc., che potevano essere tramandati da padre in figlio, realizzati alla buona, come per esempio a liescina che si poteva realizzare con un pezzo di legno ed un'asta di ombrello, oppure acquistati a Catania. Occorreva inoltre una buona dose di abilità manuale.

Molti calzolai centuripini erano anche musicisti in quanto, essendo quello del calzolaio un lavoro in proprio, era facile chiudere la bottega per qualche ora e dedicarsi alla musica. Un'altra caratteristica della bottega era quella di essere un luogo di ritrovo per la società maschile ed anche se non si avevano scarpe da fare riparare, soprattutto nelle giornate di pioggia, si curtigliava sui fatti del paese.

Per poter realizzare le scarpe bisognava avere a disposizione il materiale; il rifornimento si poteva fare ogni mese o per periodi più lunghi, ciò in base al lavoro da fare e alle disponibilità economiche del calzolaio. A Centuripe il periodo più attivo era quello che andava da luglio a settembre perchè i contadini ritornando dalle campagne, con in tasca i soldi del raccolto, si premunivano sia per le feste patronali che per tutto l'anno. La merce veniva acquistata a Catania o ad Adrano ed in genere pagata in contanti. Solo in alcuni casi, se presenti affidabilità e conoscenza personale, veniva accordato il pagamento rateale.

Per fare le scarpe occorreva innanzitutto prendere con molta cura le misure: la lunghezza del piede veniva presa dal tallone alla punta dalla parte interna. La circonferenza si misurava dall'incavatura posta in corrispondenza del fiosso (famice) fino al dorso (munta); per le calzature alte si misurava anche la larghezza della gamba. La scarpa veniva poi montata sulla furma di legno, dopo che il taglio della pelle era stato fatto su un modello di carta.

     Per realizzare un paio di scarpe di media forma occorrevano due piccoli quadri di pelle (1 piede quadro = cm. 35x25) per alcuni modelli anche tre piedi quadri.

I furmi erano sempre accoppiate per il piede destro e sinistro e di diversa forma in base al tipo di scarpa da realizzare e al sesso del committente; ogni furma comprendeva due blocchi  sovrapposti uniti da viti, la parte inferiore costituiva la  furma vera e propria, mentre la parte superiore era costituita dalla cugna; entrambi  i pezzi erano attraversati da fori per consentire l'estrazione co tirafurmi a scarpa ultimata.

     A questo punto u scarparu iniziava, avvalendosi del trincettu e di un tavuluni posto sulle gambe, il taglio della pelle; da essa si ricavava a tumaia (parte superiore della scarpa che comprende quartinu e ‘mpigna u mantici un ritaglio largo e flessibile cucito sotto l'allacciatura per agevolare il movimento di apertura e di chiusura), e  a striscia (a forma di anello veniva cucita nella parte posteriore in modo che tirandola la scarpa si potesse calzare meglio). A tumaia prima della montatura veniva cucita dalla macchinista o dalla moglie del calzolaio mentre le altre parti venivano cucite manualmente dallo stesso calzolaio con liescina e spaghettu. Dopo averla cucita, la tomaia infine veniva montata sulla forma per mezzo di un'apposita tenaglia.

Quindi si preparava l'armatura, cioè si rendeva uniforme la base della scarpa con l'aggiunta di pezzi di cuoio sui quali venivano fatti dei buchi destinati ad accogliere i chiova di canna cioè dei pezzettini di canna che servivano a trattenere l'armatura. Si passava poi al taglio della suola: dopo che la stessa era stata tenuta a bagno per ammorbidirla; tacco e sopra tacco venivano incavati con la lesina nella parte che riguarda verso la suola e poi lisciati con la raspa e la carta vetrata. La tomaia per non essere danneggiata durante queste operazioni veniva protetta con un quadrato di alluminio u rifilaturi. Se si trattava di scarponi, questi venivano poi chiodati con i tacci. Si passava quindi all'uso di strumenti per rifinire le scarpe, diversi a seconda del tipo di scarpa. Un oggetto assai usato in questa fase era a lampa, una latta con ai lati linguelle mobili su cui si poggiavano orizzontalmente gli strumenti da riscaldare; dentro la latta c'era dell'olio ed un moccolo di bambagia per alimentare il fuoco.

     Uno di questi strumenti era u piedi i puorcu un ferro trapezoidale con al centro una scanalatura attraverso la quale  veniva passata la cera calda sui bordi della scarpa e sul tacco per renderli lucidi; altro strumento era a rutella po taccu con la quale si realizzava un disegno a puntini; se le forme anzichè sporgere aderivano alla tomaia si usava a rutedda di pettu. Se non si volevano usare questi attrezzi si poteva realizzare una lucidatura a freddo usando u scettu e cera greca.

Per ultimare il lavoro si procedeva a realizzare l'allacciatura e fissarvi gli occhielli di metallo; per prima si facevano i buchi, (sette negli scarponi), e poi si applicavano gli occhielli di alluminio pressandoli con un'apposita macchina in ghisa. Per essere pronta, alla scarpa doveva  applicarsi, infine, il numero con un apposito punzone.

La scarpa era così pronta per la consegna; solitamente la consegna al cliente avveniva da sabato pomeriggio a domenica mattina. Il costo variava a seconda del tipo di scarpe; nel 1958, circa, ad esempio un paio di scarpe costavano 5.000 lire con un guadagno di 2.500 lire. Molto spesso, inoltre, specie se il cliente era un contadino il pagamento si poteva fare con equivalente quantità di frumento o cereali. Al di là del pagamento per il lavoro fatto erano frequenti le regalie cioè doni in natura, diversi in base al periodo, che si instauravano in base alla clientela  e che rappresentavano un modo di sdebitarsi. Esse per esempio consistevano nel lasciare per conto della bottega del calzolaio al ritorno della campagna: fave, carciofi, piselli, ecc.

Nel passato, oltre alle riparazioni vere e proprie, un tipo di lavoro assai richiesto, era l'allargamento delle scarpe; per far ciò il calzolaio si serviva di un'apposita forma, composta da due blocchi di legno uniti da una vite a perno, che consentiva di allargare la forma e quindi anche la scarpa che la conteneva. I calzolai potevano lavorare anche al di fuori del laboratorio; tale forma di lavoro non era di certo quella preferita ma se era necessario veniva fatto. Negli anni '40, ad esempio, era cosa comune che il calzolaio recandosi per lavoro presso alcune famiglie, con loro pranzava, onde evitare che l'orario di lavoro, che andava dalle 5,30 alle 16,30,  non venisse interrotto da pause troppo lunghe, in quanto la retribuzione era a giornata.

 

In memoria di

Calderaro Gaetano,

Granata Calogero,

Nicotra Andrea

Fine prima parte






Nessun commento:

Posta un commento