Centuripe
nel Novecento
Testimonianze
di cultura materiale
Parte prima
Premessa
Fabbri e maniscalchi, battirame,
vasai, calzolai, sarti, muratori, allevatori e casari, falegnami ed ebanisti,
fornai e produzione del pane, cicli del vino, del grano e dell’olio, tessitura
e lavori casalinghi etc.. Attività produttive, tutte, che hanno danno corpo
alla cultura materiale di una comunità; che aiutano a capire come essa abbia
vissuto nel recente passato e come si sia evoluta, quali valori hanno trasmesso
e come abbiano contribuito alla memoria collettiva. Questi brevi contributi non
vogliono essere esaustivi, anzi, sono volti a promuovere ulteriori indagini,
approfondimenti, studi e ricerche sul campo da parte delle nuove generazioni. Chissà
che nelle memorie dei propri antenati o in qualche passata attività non si
trovino spunti e idee per il proprio futuro.
1
– Fabbri e maniscalchi
I
padroni del fuoco e maestri del ferro a Centuripe, nel corso del novecento,
erano presenti, ma in numero esiguo; ciò gli permetteva di condurre una vita
abbastanza agiata rispetto ad altre categorie di maestranze. I Fabbri e i
maniscalchi, fino agli anni ‘60 del novecento, venivano considerati in paese
una categoria di lavoratori di una certa importanza a cui portare certamente
rispetto.
Ciò
emerge da una intervista al Signor Castiglione Salvatore, di professione Fabbro
e figlio d'arte.
Il
fu padre Antonino, centuripino, classe 1916, quasi per dedizione innata
cominciò a frequentare la forgia
degli zii (i fratelli Romano); a diciotto anni acquistò una forgia e si mise a lavorare in proprio.
Il lavoro del fabbro il sig. Antonino lo espletava durante i giorni feriali
della settimana; la domenica, o i giorni festivi in genere, invece li dedicava
all’attività del maniscalco. Si occupava cioè di ferrare cavalli, muli ed asini, utilizzati nelle
varie attività produttive, e solo durante quei giorni preparava, forgiava ed
inchiodava ferri di cavallo.
Una
volta pronti i nuovi ferri, venivano rimossi con la tenaglia i chiodi e i ferri
usurati dagli zoccoli degli animali. Quindi, con una tenaglia e una paletta
tagliente, il maniscalco, tagliava la parte cresciuta delle unghie. In una
seconda fase il taglio veniva rifinito usando una lima, per favorire l’aderenza
del nuovo ferro alla pianta dello zoccolo. I ferri, prima della posa, venivano
bucati ancora caldi per mezzo di ributti
(burini) e venivano applicati agli zoccoli con chiodi che attraversavano in
senso obliquo gli zoccoli fino a fuoriuscire dai lati ed essere ribattuti ad
uncino, quindi a garantire una maggiore tenuta. Da maniscalco si occupava, a
volte, anche di estrarre i denti malandati degli animali da soma, il cui dolore
a volte non permetteva all'animale di potersi nutrire.
Nel
laboratorio di viale Fiorenza sono rimasti, sino a qualche anno fa, diversi
oggetti realizzati dal fabbro Castiglione Antonino, tra cui un candelabro, un
pigno, una testata di pali di recinzioni, quadrifogli, pezzi di ringhiera e di
cancello, piccoli obelischi per cancelli e per pilastri, un fiore gallo etc…
Inoltre
a casa del sig. Castiglione erano ancora visibili altri oggetti in ferro da lui
realizzati tra cui: catenacci, farfalle, grappoli d'uva, cigni, porta lampade a
piede, portavasi, un bouquet ricavato dalla trasformazione di un bossolo di
cannone, portacenere a forma di serpente, una lanterna, una bella coda di
pavone posta sul portone. Questi bellissime realizzazioni invendute, se non
altro, ancora testimoniano le capacità artistiche e lavorative del Castiglione.
Tra
i lavori di una certa importanza realizzati a Centuripe dal signor Antonino
figurano: i balconi del farmacista Dott.
Cacia, i balconi del dott. De Marco Aurelio, in piazza Aristide Sciacca, al
fratello di quest'ultimo realizzò degli aratri, al sig. Gallone Vincenzo,
proprietario terriero, realizzò aratri e zappe; inoltre i cancelli in ferro del
cimitero di Centuripe e la cancellata della Chiesa del Crocifisso (realizzata a
mano senza elettro saldature), all’inizio degli anni ’50.
Tra i prezzi che venivano praticati negli anni cinquanta, per i lavori del fabbro, u supraluci (il sopraluce era la mezzaluna sulla sommità dei portoni) costava dalle 1000 alle 1800 lire, la cui realizzazione impegnava tre giorni circa di lavoro; per un aratro chiedeva cinquemila lire, e, con l'aiuto di un apprendista, impiegava da quattro a cinque giorni di lavoro.
Il sig. Romano Giuseppe, uno dei fratelli Romano soprannominati I Calori, confermò che il sig. Antonino Castiglione aveva lavorato sotto la maestranza di suo nonno Calogero Romano e poi sotto quella di suo padre Nicolò. I due fratelli Romano (Giuseppe e Calogero) erano considerati i migliori maniscalchi del territorio di Centuripe: per ferrare un qudrupede si facevano pagare 1,5 lire, mezza lire in più rispetto agli altri maniscalchi e si occupavano anche di curare le malattie più comuni degli equini: U mali da panza (il mal di pancia) che curavano con l'argilla; U mali o tiru (tetano) che diagnosticavano per le graffiature che apparivano sul collo dell'animale; A giarda (un male che si manifesta alle ginocchia dell'animale per cadute e artrosi e veniva curato con il ferro arroventato); U mali da furmicola (il male della formica) dovuto ad un parassita che indebolisce l'unghia dell'animale.
Pippu Calori
e il fratello Calogero, per le attività di fabbro, acquistavano il ferro a Catania
da diversi commercianti di via Libertà, via Ursino e via D'Amico. Il carbone lo
compravano invece al porto di Catania. Il ferro veniva venduto all’epoca a 65 lire al chilo, mentre il carbone costava
12 lire al chilo. Un balcone nel '45 il sig. Romano lo vendeva a 200 lire al
chilo.
Alcuni
lavori realizzati dai fabbri del paese: in piazza Sciacca i balconi in ferro
battuti sono stati realizzati da Milazzo Carmine e da Antonino De Silvestri; i
balconi dell'avv. Bonomo sono stati realizzati dal sig. Romano; la cancellata
di via Garibaldi fu riparata dal sig. Romano; un cancello di un'abitazione in
piazza Duomo è opera del sig. Romano Nicolò; il cancello e le ringhiere
laterali del Duomo sono stati realizzati dal sig. Romano Rosolino, zio del sig.
Giuseppe.
A seguito di una richiesta fatta dall'ufficio provinciale del lavoro di Enna il 20 giugno 1944, il Comune di Centuripe trasmise, il successivo 26 giugno, un elenco dei fabbri che in quel tempo lavoravano a Centuripe: De Silvestri Antonino fu Lorenzo, Milazzo Carmelo fu Salvatore (questi due ritenuti i migliori fabbri del paese) Bonifacio Giuseppe fu Natalino, Brex Gaetano fu Giacomo, Castiglione Antonino fu Salvatore, Crimi Francesco fu Antonino, De Silvestri Lorenzo fu Antonino, Granata Calogero fu Tommaso. Gli artigiani presenti sul territorio sicuramente erano molti di più, però non tutti risultavano iscritti o piuttosto erano dipendenti di altre imprese; così il sig. Sirna Leonardo che svolgeva l’attività di fabbro in una delle miniere di zolfo del territorio centuripino; il sig. Stima Gaetano che era il fabbro nella miniera Marmora - Palmieri nel '46.
2 – Calzolai
Diversi
Scarpari (calzolai) hanno svolto
l'attività artigianale a Centuripe fino alla fine del novecento. Il lavoro di
calzolaio nella società contadina non era tenuto in grande considerazione, e ad
esso venivano avviati ragazzi gracili che non erano in grado di lavorare nei
campi o ragazzi che dovevano continuare l'attività del padre.
Oggi le attività del calzolaio si riconducono alle
varie forme di riparazione delle calzature, a differenza del passato in cui il
lavoro do scarparu era molto
variegato ed andava dalla progettazione alla realizzazione delle calzature; dai
modelli più raffinati fino ai scarpuna
chi tacci, (scarpe indistruttibili chiodate che spesso venivano scambiate
con determinati quantitativi di frumento).
Mettere
su una bottega da calzolaio richiedeva poco: una stanza, anche piccola, una
serie di attrezzi quali: liescina, u scettu, raspa, furma, tirafurma,
sticchetta, martiddina, batticuoio, vanchitta, ecc., che potevano essere
tramandati da padre in figlio, realizzati alla buona, come per esempio a liescina che si poteva realizzare con
un pezzo di legno ed un'asta di ombrello, oppure acquistati a Catania. Occorreva
inoltre una buona dose di abilità manuale.
Molti
calzolai centuripini erano anche musicisti in quanto, essendo quello del
calzolaio un lavoro in proprio, era facile chiudere la bottega per qualche ora
e dedicarsi alla musica. Un'altra caratteristica della bottega era quella di
essere un luogo di ritrovo per la società maschile ed anche se non si avevano
scarpe da fare riparare, soprattutto nelle giornate di pioggia, si curtigliava sui fatti del paese.
Per poter realizzare le scarpe bisognava avere a disposizione il materiale; il rifornimento si poteva fare ogni mese o per periodi più lunghi, ciò in base al lavoro da fare e alle disponibilità economiche del calzolaio. A Centuripe il periodo più attivo era quello che andava da luglio a settembre perchè i contadini ritornando dalle campagne, con in tasca i soldi del raccolto, si premunivano sia per le feste patronali che per tutto l'anno. La merce veniva acquistata a Catania o ad Adrano ed in genere pagata in contanti. Solo in alcuni casi, se presenti affidabilità e conoscenza personale, veniva accordato il pagamento rateale.
Per
fare le scarpe occorreva innanzitutto prendere con molta cura le misure: la
lunghezza del piede veniva presa dal tallone alla punta dalla parte interna. La
circonferenza si misurava dall'incavatura posta in corrispondenza del fiosso
(famice) fino al dorso (munta); per
le calzature alte si misurava anche la larghezza della gamba. La scarpa veniva
poi montata sulla furma di legno, dopo
che il taglio della pelle era stato fatto su un modello di carta.
Per realizzare un paio di scarpe
di media forma occorrevano due piccoli quadri di pelle (1 piede quadro = cm.
35x25) per alcuni modelli anche tre piedi quadri.
I furmi erano
sempre accoppiate per il piede destro e sinistro e di diversa forma in base al
tipo di scarpa da realizzare e al sesso del committente; ogni furma comprendeva due blocchi sovrapposti uniti da viti, la parte inferiore
costituiva la furma vera e propria, mentre la parte superiore era costituita
dalla cugna; entrambi i pezzi erano attraversati da fori per
consentire l'estrazione co tirafurmi
a scarpa ultimata.
A questo punto u scarparu iniziava, avvalendosi del trincettu e di un tavuluni posto sulle gambe, il taglio della pelle; da essa si
ricavava a tumaia (parte superiore
della scarpa che comprende quartinu e ‘mpigna u mantici un ritaglio largo e
flessibile cucito sotto l'allacciatura per agevolare il movimento di apertura e
di chiusura), e a striscia (a forma di anello veniva cucita nella parte posteriore
in modo che tirandola la scarpa si potesse calzare meglio). A tumaia prima della montatura veniva
cucita dalla macchinista o dalla moglie del calzolaio mentre le altre parti
venivano cucite manualmente dallo stesso calzolaio con liescina e spaghettu.
Dopo averla cucita, la tomaia infine veniva montata sulla forma per mezzo di
un'apposita tenaglia.
Quindi si preparava l'armatura, cioè si rendeva uniforme la base della
scarpa con l'aggiunta di pezzi di cuoio sui quali venivano fatti dei buchi
destinati ad accogliere i chiova di canna
cioè dei pezzettini di canna che servivano a trattenere l'armatura. Si passava
poi al taglio della suola: dopo che la stessa era stata tenuta a bagno per
ammorbidirla; tacco e sopra tacco venivano incavati con la lesina nella parte
che riguarda verso la suola e poi lisciati con la raspa e la carta vetrata. La
tomaia per non essere danneggiata durante queste operazioni veniva protetta con
un quadrato di alluminio u rifilaturi.
Se si trattava di scarponi, questi venivano poi chiodati con i tacci. Si passava quindi all'uso di
strumenti per rifinire le scarpe, diversi a seconda del tipo di scarpa. Un
oggetto assai usato in questa fase era a
lampa, una latta con ai lati linguelle mobili su cui si poggiavano
orizzontalmente gli strumenti da riscaldare; dentro la latta c'era dell'olio ed
un moccolo di bambagia per alimentare il fuoco.
Uno di questi strumenti era u piedi i puorcu un ferro trapezoidale
con al centro una scanalatura attraverso la quale veniva passata la cera calda sui bordi della
scarpa e sul tacco per renderli lucidi; altro strumento era a rutella po taccu con la quale si
realizzava un disegno a puntini; se le forme anzichè sporgere aderivano alla
tomaia si usava a rutedda di pettu.
Se non si volevano usare questi attrezzi si poteva realizzare una lucidatura a
freddo usando u scettu e cera greca.
Per
ultimare il lavoro si procedeva a realizzare l'allacciatura e fissarvi gli
occhielli di metallo; per prima si facevano i buchi, (sette negli scarponi), e
poi si applicavano gli occhielli di alluminio pressandoli con un'apposita
macchina in ghisa. Per essere pronta, alla scarpa doveva applicarsi, infine, il numero con un apposito
punzone.
La
scarpa era così pronta per la consegna; solitamente la consegna al cliente
avveniva da sabato pomeriggio a domenica mattina. Il costo variava a seconda
del tipo di scarpe; nel 1958, circa, ad esempio un paio di scarpe costavano
5.000 lire con un guadagno di 2.500 lire. Molto spesso, inoltre, specie se il
cliente era un contadino il pagamento si poteva fare con equivalente quantità
di frumento o cereali. Al di là del pagamento per il lavoro fatto erano
frequenti le regalie cioè doni in
natura, diversi in base al periodo, che si instauravano in base alla
clientela e che rappresentavano un modo
di sdebitarsi. Esse per esempio consistevano nel lasciare per conto della
bottega del calzolaio al ritorno della campagna: fave, carciofi, piselli, ecc.
Nel
passato, oltre alle riparazioni vere e proprie, un tipo di lavoro assai
richiesto, era l'allargamento delle scarpe; per far ciò il calzolaio si serviva
di un'apposita forma, composta da due blocchi di legno uniti da una vite a
perno, che consentiva di allargare la forma e quindi anche la scarpa che la
conteneva. I calzolai potevano lavorare anche al di fuori del laboratorio; tale
forma di lavoro non era di certo quella preferita ma se era necessario veniva
fatto. Negli anni '40, ad esempio, era cosa comune che il calzolaio recandosi
per lavoro presso alcune famiglie, con loro pranzava, onde evitare che l'orario
di lavoro, che andava dalle 5,30 alle 16,30,
non venisse interrotto da pause troppo lunghe, in quanto la retribuzione
era a giornata.
In memoria di
Calderaro Gaetano,
Granata Calogero,
Nicotra Andrea
Fine prima parte












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