domenica 11 ottobre 2026

Centuripe nel Novecento - parte quarta

 

Centuripe nel Novecento

Testimonianze di cultura materiale

Parte quarta


8 – Attività lavorative domestiche

Fin dai tempi più remoti i lavori domestici hanno avuto un'importanza fondamentale nelle società rurali e non; il ruolo della donna, già moglie e madre, è stato sempre centrale; impegnata, oltre che in pesantissime attività quotidiane, in lodevoli attività creative e produttive. In pratica le donne, negli ambienti rurali, si sono occupate e sobbarcate tutte le attività domestiche per portare avanti la casa e l’economia familiare, senza dimenticare il loro contributo in alcuni lavori agricoli. Le attività qui accennate tracciano, a grandi linee, la giornata tipo, che anche a Centuripe, trascorreva una donna, nella società patriarcale dei primi anni del ‘900.

La tessitura

Quello della tessitrice era una attività molto diffusa nel territorio di Centuripe; la necessità di creare linzola, carpiti, stoffe di lana e di cuttuni per permettere la realizzazione di abiti e di cappotti, era una risposta alla grande richiesta, l'esigenza di crearli a casa derivava dal fatto che non vi era diffuso commercio; per acquistare sia la materia prima e\o i prodotti finiti, ci si doveva recare nei grossi centri, che non erano facilmente raggiungibili. L’attrezzo indispensabile e di cui non vi era grande diffusione era U tularu. Esso veniva solitamente manovrato/utilizzato solo dai componenti della famiglia proprietaria. 

Descrizione minuziosa, tra numerosi altri argomenti, di come venisse svolta l’attività della tessitrice e del telaio a mano, è contenuta, nella pregevole tesi di laurea, anno accademico 1981-82, della Prof.ssa Agatina Maccarrone su: “Nuovo contributo alla conoscenza del dialetto di Centuripe”; opera letteraria che merita sicuramente la pubblicazione, utilizzando risorse regionali e pubbliche destinate alle attività e al patrimonio culturale;  favorendone, quindi, la diffusione capillare nelle scuole e nella collettività.

 Indispensabile era intanto procurarsi i filati, un paio di pacchetti da venti matasse di cotone per l’ordito e per la trama. Bisognava quindi preparare il filo dell’ordito; veniva preparato l’aspo con le matasse che poi venivano trasferite nelle canne; in ogni canna andava un quarto di matassa. Utilizzando il fuso e le canne veniva avvolto tutto il pacchetto; in seguito tutto veniva trasferito nell’orditrice che realizzava le grosse corde di filo ammatassate pronte da mettere nel subbiu superiore del telaio. Infine bisognava stendere e fare passare, con molto ordine, i fili dell’ordito attraverso i licci e il pettine del telaio.


Breve descrizione del telaio

U tularu a manu, di cui abbiamo esempio a Centuripe, realizzato nell’ottocento, è costituito da quattro montanti a sezione rettangolare, arricchiti da fresature alle estremità inferiori e superiori; i quattro montanti sono collegati da aste orizzontali e aste laterali inclinate, che completano il quadro del telaio. Ai montanti posteriori, che sono più alti, all'altezza di 80 cm. sporgono ad incrocio le due aste inclinate laterali, sulle quali è appoggiata una barra cilindrica u subbiu (sulla), lunga cm. 163 con diametro di cm. 6,5. No subbiu c'è una scanalatura dove si aggancia e si avvolge tutto l'ordito. L'ordito viene separato da due canne: i cruci. Nella parte anteriore del telaio, cioè quella più bassa, vi è un altro subbiu dove viene avvolto il prodotto finito durante la tessitura. Nella parte centrale, u tularu ha due spalle, collegate in basso da due barre che inquadrano u tularu per metterlo in piedi.

   

L'altezza della sidalora, nella parte anteriore, deve consentire alla tessitrice di assumere la migliore postura per svolgere l’attività nel modo più consono e appropriato. Alla sinistra della tessitrice c'è una manuzza e una tiniglia che trattiene il lavoro con un chiodo. Nella barra sotto la sidalora, c'è un pezzo di corda dove si attacca la Cìokka (sciocca). La cìokka ha quattro clacole costituenti la pidalora, a cui sono assicurate le quattro corde che vanno a congiungersi con i pinni do lizzu. Ogni pinna di lizzu è formata da due canne e tante maglie di spago; le canne, così manovrate, sollevano ed abbassano l'ordito per creare lo spazio in cui si muove la navetta con il filo di trama.

U tummarieddu (bilanciere) è il legnetto al quale è attaccato in sospensione u lizzu (liccio). Una corda assicura alla barra, che è posta sopra le spalle do tularu, il movimento dei bilancieri e dei licci con l’ordito. Tra il subbiu posteriore e u lizzu vi è una barra che funge da sostegno per la mmota. La mmota serve a tenere allineato l’ordito no subbiu. Nell'altra barra c'è la kassita, che con il pettine, costituisce la cassa battente. Il pettine originariamente era fatto di canne piccolissime, in questo caso è in metallo, dentro ogni fessura del pettine passano due fili di ordito. La parte superiore della cassa battente è completata da una maniglia semicircolare che serve a serrare e stringere (a maritari) la trama con l’ordito quando si tesse.

 Altre attività domestiche

La preparazione casalinga delle uastedde - Tra le attività domestiche vi era, come abbiamo visto nel post che si occupa dei forni per il pane, la preparazione dell’impasto e delle forme di pane da portare quasi settimanalmente al forno pubblico, se non se ne possedeva uno di proprietà. Fino a qualche decennio fa, quando ancora i forni di quartiere non erano stati resi “inidonei” dalle nuove regole, si poteva assistere all’affascinante lotta delle donne, a mani e pugni nudi, contro l’impasto ‘nda maidda. 

 

Sei munnia di farina equivalevano a circa 24 Kg., a cui andava sommata l’acqua, il lievito madre e due pugni di sale; la massa da lavorare era abnorme, rispetto ai due chili di impasto che oggi manipoliamo per preparare il pane o la pizza in casa. Le spalle, le braccia, i polsi delle nostre nonne, che ci hanno cullato, erano robuste e notevoli anche per questo. Poi c’erano i tavuluna che viaggiavano poggiati sulla testa imbacuccata per protezione, e su di essi tutto il peso delle pagnotte crude da infornare. Quel breve viaggio acrobatico ed elegante, attraverso stradine e scalinate per raggiungere il forno, era anche sfoggio di forza e determinazione. 

Il bucato - Sulla base di esperienze antichissime si usavano per il bucato metodi e mezzi che possono ancora avere una qualche utilità. Ad esempio, l'effetto detergente della liscivia era sicuramente conosciuto fin dai tempi più remoti. Alla liscivia venivano aggiunte di tanto in tanto erbe aromatiche come rosmarino, lauro, bucce di limone o di mandorle verdi (adda) tutti ingredienti che profumavano la biancheria ed aumentavano l'effetto detergente della liscivia. Il procedimento di lavaggio si poteva suddividere in tre fasi principali: il prelavaggio, il lavaggio vero e proprio, cioè il trattamento con la liscivia, il risciacquo nel corso del quale venivano eliminati tutti i residui. Intorno al 1940 le casalighe centuripine lavavano il bucato con la lissia (liscivia) acqua passata con la cenere delle mandorle, operazione che era la seguente: si prendevano le bucce delle mandorle verdi (in dialetto centuripino adda) si lasciavano asciugare, una volta diventate secche si bruciavano e la cenere si raccoglieva nella quadara, che già conteneva acqua bollente, si mescolava la cenere nell'acqua e vi si immergeva la biancheria; tale operazione veniva ripetuta per tre volte dopo di che si risciacquava la biancheria e si metteva in appositi recipienti che venivano portati nel luogo dove  venivano stesi ad asciugare. Non tutti possedevano piccole cisterne ad uso privato e\o familiare; ad esempio la sig. Luca Serafina attingeva acqua dalla cisterna del sig. Pietrangelo Mammana, poichè quest'ultima abitava in via G. Cesare. Intorno al 1935 una quartara di acqua costava mezza lira. Persone invece che abitavano in altre zone del paese andavano a prendere l'acqua in c/da cievusu (intorno al 1940 costava 5 lire). 

Asciugatura e stiratura del bucato - Nella maggior parte dei casi i panni venivano stesi ad asciugare per terra, sul prato, su cespugli, recinti, ecc. Le sigg. Luca Serafina e Lentini Alfia stendevano il bucato in campagna nella zona Difesa, le lenzuola una volta asciugate non venivano stirate, ma stese dopo essere state tirate da due persone contemporaneamente; poi venivano gnutticate (piegate). La stiratura, secondo le semplici usanze contadine, non era abituale. 

 

Ma dove possibile, per stirare si utilizzava il ferro a carbone; una volta acceso con l'accendi carbone, con il semplice movimento ondulatorio del braccio si faceva sbambari (infuocare). 

La cucina e la conserva di pomodoro - Impossibile tracciare un quadro omogeneo dell'attrezzatura della cucina, poteva essere molto misera, semplice o riccamente corredata. La dotazione della cucina, cioè, rispecchiava le risorse, il livello economico e culturale degli abitanti della casa. In ambienti molto poveri, ad esempio, al contadino bastava una pentola di terracotta, oppure alcune ciotole con cucchiaio e un recipiente per l'acqua. Sarebbe dispendioso elencare gli accessori e gli utensili da cucina, le forme potevano essere le più diverse, così come il materiale di cui erano costituiti; lo stesso recipiente poteva essere usato, secondo la famiglia e la località per scopi diversi, ad esempio un vaso di terracotta poteva servire come pentola per cucinare, come bricco per il latte e per il caffè, come contenitore per conservare i cibi. 

 

Intorno al 1925 si cucinava con la paglia o con la legna oppure venivano comprati mazzetti di sarmenti (tralci delle viti) che costavano 4 soldi a mazzetto. Nel 1930 circa nascevano le cucine a vapore, ma queste non tutti potevano permettersele. Nel 1946 cucinavano con il "Carbone Coke" quello delle stazioni portato in paese do carbunaru che gridava per le strade che: “è arrivata la cucina rivoluzionaria”, in quanto con questa si poteva oltre che cucinare, illuminare e riscaldare e inoltre non sporcava tanto.

Sempre intorno al 1925 la massaia nel periodo estivo preparava una quantità necessaria di conserva di pomodoro, in dialetto centuripino denominato astrattu, atto a soddisfare il fabbisogno familiare per tutto il periodo invernale. L'astrattu veniva fatto nel seguente modo: comprati i pomodori (20 chili per ottenere un chilo di astrattu), venivano lavati, tagliati e salati; l'indomani venivano cotti e passati al setaccio; il passato di pomodoro, quindi, si faceva cuocere per un'ora e mezza o due ore, insieme con qualche foglia di alloro e di basilico. Alla fine della cottura si disponeva in un'apposita tavola per farlo asciugare al sole, questo procedimento durava un paio di settimane, cioè fino a quando la sarsa si privava di tutta l'acqua contenuta in essa. Quando la sarsa era asciutta diventava una vera e propria pasta che veniva lavorata con l'olio, poi si prendeva a piccoli pezzetti e si formavano tante palline che venivano sistemate in recipienti (barattoli) di terracotta, sopra venivano disposte alcune foglie di basilico e di alloro.

Fine quarta parte