martedì 2 gennaio 2018

Tra valli e colline

Tra valli e colline

Escursioni nel territorio centuripino



Il territorio centuripino, secondo lo statuto del comune di Centuripe, ha una superficie di 172,98 Kmq; in base ai nostri parametri è evidentemente parecchio esteso, ma in realtà è di poco inferiore a Brooklyn, 180 Kmq, uno dei cinque distretti newyorkesi.



È comunque un territorio ricco e variegato che ben si presta a brevi escursioni che possono essere rivelatrici di mille sorprese.
Dal punto di vista geologico l’abitato domina la parte più orientale di una dorsale argilloso-sabbiosa ed arenacea plio-quaternaria, formazione ai margini del bacino di Caltanissetta che si estende in direzione O-E dall’area di Leonforte alla vallata del Simeto.  
Studio Geologico del Dott. Domenico Pontillo
per la Provincia Regionale di Enna

Gli strati rocciosi hanno un sovrastato geologico costituito da una alternanza di Arenarie e Sabbie gialle che si sono prestate nel corso dei secoli ad essere modellate dalle acque reflue, fino ad assumere il profilo polilobato che distingue e caratterizza le colline su cui sorge la città. Il territorio è costituito da depositi alluvionali antichi (2), dalla presenza di vulcaniti etnee (3), da argille azzurre (4), conglomerati grigi (5), da trubi (8), da formazioni gessose-solfifere (11) e marne argillose grigio-azzurre (12), da argille brune e nerastre (22) e marne grigio-verdi (25).  
Indubbiamente la composizione geologica, così variegata del territorio, si riflette  in una molteplicità di sfumature e di colori che, assieme alle varietà colturali, rendono il paesaggio un unicum gradevole e rende interessante qualunque percorso si decida di intraprendere su di esso.
I primi tracciati sul territorio risalgono agli insediamenti primordiali, di cui si ha conoscenza. L’itinerarium antonini (III sec. d. C.) e la tabula peutingeriana registrano solo qualcuno di questi percorsi, utilizzati durante il periodo imperiale e nei secoli successivi.
La viabilità storica, di attraversamento del territorio, era marcata dai percorsi delle antiche trazzere che tagliavano in tutte le direzioni  e che hanno lasciato la loro traccia sulle mappe catastali.


Su un documento topografico, facente parte dell’archivio Mortillaro di Villarena, redatto alla metà del XIX secolo dall’architetto centuripino Bonaventura Di Marco, vengono utilizzate le strade-trazzere più importanti per determinare i settori  nella quale viene suddiviso e descritto il territorio. 

Pianta del territorio di Centorbi
 Una sessantina di strade comunali, in buona parte interessate da interventi manutentivi in questi ultimi trent’anni, completano la viabilità territoriale. Di seguito l’elenco parziale delle strade, da nord a sud, il cui nome ricorre e deriva dalle medesime contrade servite ed attraversate. 


 Queste strade, oltre ad alcuni torrenti e fiumiciattoli, che attraversano i profondi valloni, contornano e marcano anche le 87 mappe catastali in cui è suddiviso il territorio centuripino. Qualcuna di esse purtroppo è sparita dietro un cancello privato o a seguito di profonde e pilotate “arature”. 


Per “viaggiare” sul territorio bisogna conoscere e utilizzare anche le strade provinciali, statali e le ex strade di bonifica che l’attraversano; non tutte si presentano nelle migliori condizioni manutentive; in alcuni casi qualcuna di esse è sparita in seguito ai dilavamenti alluvionali delle pendici: ad esempio un pezzo della S.P. n° 50 che attraversa il territorio calanchivo a sud-ovest o tratti della S.P. n° 106 verso Regalbuto. E’ Importante quindi utilizzare sempre la massima cautela. 
Fonte: Provincia Regionale di Enna

Alcune mappe, che individuano i beni culturali presenti sul territorio, sono state redatte in questi ultimi decenni da diverse personalità e competenze; le prime furono redatte nel marzo 1988 dall’architetto palermitano Maurizio Brancato,  su incarico dell’amministrazione comunale. Un’altra utile mappa, che individuava le frequentazioni sul nostro territorio nei vari periodi storici,  è stata redatta dall’archeologo centuripino Giacomo Biondi; in seguito la mappa fu tradotta in pannello divulgativo per il locale museo archeologico.



Sono parecchi i percorsi, anche tematici, che è possibile intraprendere; alcuni potrebbero fare riferimento a precedenti post:


1. 
Un itinerario potrebbe iniziare dal Ponte dei Saraceni, che collega i territori di Centuripe e Adrano (37°42’03.32”N-14°48’00.40”E)



L’area è raggiungibile dalla S.P. n° 94, che dal bivio di Adrano sale verso Bronte. Il ponte, costruito utilizzando in prevalenza pietra lavica, è costituito da quattro arcate diseguali che risalgono a periodi diversi;





l’arcata più grande e quella immediatamente adiacente, probabilmente le più antiche, hanno un profilo a sesto acuto ed alternano corsi di pietre nere e filari di calcare giallo. È stato più volte ripreso e restaurato, negli ultimi quattro secoli, ma non ha perso il suo fascino, tanto da essere celebrato tra i quaranta migliori ponti d’Italia; risalirebbe, secondo gli esperti, più al trecento che non al periodo islamico. 

In quel tratto il fiume Simeto ha scavato incredibili ed affascinanti profonde gole nella roccia basaltica, le cosiddette “forre laviche“; a circa 250 metri a nord dal ponte, si trova il leggendario “salto del pecoraio”( 37°42’11.23”N-14°47’56.37”E) a seconda delle versioni picciotto innamorato o fuggitivo. 



Verso sud la vallata dello Sciarone del Duca (37°41’19.84”N-14°47’53.00”E) si manifesta con la sua meravigliosa macchia mediterranea che esalta il paesaggio del territorio centuripino. Immerse in un'oasi di verde mediterraneo, tra le gole del Simeto e la massa di Castelluzzo, le strutture lì esistenti, pulsano ancora di antichi splendori.
L'azienda, appartenuta alla famiglia Paternò Castello, si estende per 18 ettari circa ed è votata all'agrumicoltura e olivicoltura.




La masseria, a cortile aperto, con disposizione a ferro di cavallo, ha un'impostazione simmetrica del prospetto principale, valorizzato dalla collocazione a posteriori della cappellina, realizzata per un'ex voto.
  


Attraversato il ponte Maccarone sul Simeto (37°39’21.70”N-14°47’37.40”E), che è il primo ponte rotabile in questa area, iniziato nell'estate del 1829 e portato a compimento nel 1831, ci dirigiamo verso Troina, per raggiungere a qualche chilometro di distanza il borgo di Carcaci (37°39’55.00”N-14°46’55.00”E). Lungo la strada è da notare l’acquedotto Biscari.


Quello di Carcaci è uno dei territori più fertili del territorio centuripino. La nascita dell'urbanizzazione di Carcaci risale alla venuta dei Normanni in Sicilia che, nel 1061 si accamparono nella vallata, ai margini del fiume dove ora sorge il borgo. Chi acquistò per primo il fondo, intorno al 1200, fu Giovanni de Raynero alla cui famiglia rimase fino al 1408, numerosi i successivi passaggi di proprietà. Da baronia a borgo, da Ducato a Comune e poi frazione di Centuripe, dal 1061 ad oggi, Carcaci ha vissuto alterne vicende di splendore e decadenza, fino al quasi totale abbandono.


Il borgo ha un rigoroso impianto planimetrico; lo slargo iniziale, dove c’è il bevaio, testimonia l’ambizioso progetto di espansione nel territorio, con uno schema a croce. La chiesetta, eretta verso il 1730 a cura del Duca di Carcaci, è di ottima fattura architettonica e viene attribuita all'architetto Francesco Battaglia. A pianta ottagonale, è dedicata a San Nicolò; ha tre altari di marmi policromi e oggi si presenta disadorna anche se staticamente in buone condizioni. La facciata è caratterizzata dal gioco cromatico di fasce di basalto e calcarenite tenera.

Poco a sud, sulla statale 121 presso il ponte sul fiume Salso, si trova la masseria Aragona (37°39’01.22”N-14°46’51.00”E); occupa un'area ad economia estensiva di agrumicoltura. 


Elemento caratterizzante è l'impianto a corte centrale,  con uno spazio quadrangolare chiuso su tutti i lati da edifici, che vi sono disposti secondo una planimetria regolare ed un organico piano costruttivo. 


Il corpo principale del casamento, risale al XIV secolo; è costituito al piano terreno da magazzini e depositi, e, al piano superiore, dalla casa signorile.  I corpi contigui al primo, risalenti alla fine del XVII e all'inizio del XVIII secolo, ospitano l'abitazione del fattore, la ribetteria, i magazzini, i depositi, il granaio, le stalle, l'officina e la legnaia che occupa l'ambiente, oggi dismesso, che fu palmento e frantoio fin dalla fine degli anni '50.


  Presso l'ingresso principale della corte vi è la cappella, fino al 1955  con diritto di messa, che accentuava il carattere di polo di convergenza e di supremazia che il centro aziendale doveva esercitare sul territorio circostante.



La masseria Russo (37°37’14.00”N-14°48’30.00”E) domina scenograficamente la vallata di Piano Mandarano. Una piccola epigrafe del 24 giugno 1964, collocata nella cappella, ricorda i  proprietari che si occuparono della struttura fino agli anni ’70. Oggi, in stato di abbandono, versa in pessime condizioni.


2.
Sul territorio centuripino sono ancora visibili le tracce di almeno 17 dei 52 km del percorso ferroviario Motta-Regalbuto. 


Il percorso, da Schettino a Regalbuto, fu inaugurato solo nel 1952 e fu utilizzato soprattutto per il trasporto degli agrumi; in seguito la concorrenza del trasporto sui mezzi gommati determinò la chiusura del tratto nel 1987. In alcuni tratti binari e traversine sono state fagocitate dai soliti miserabili, come vermi su cadaveri; ma le opere in muratura quali ponti, gallerie, stazioni e caselli, anche se in stato di abbandono, sono ancora sentinelle di un territorio che è stato percorso nel secolo scorso, da est a nord-ovest, anche dai  veicoli su rotaie.
Da qualche anno l’ex tratta ferroviaria, fa parte di alcune proposte progettuali di riconversione e riuso dei tracciati, le cosiddette Greenways, intese a valorizzare l’aspetto naturalistico, paesaggistico e rurale del territorio. Il percorso, potrebbe essere facilmente fruibile da pedoni e ciclisti, poiché presenta una pendenza estremamente ridotta, che difficilmente supera il 10-12 per mille.
Sul territorio centuripino insistono tre stazioni, sette caselli, quattro gallerie e almeno sei ponti ferroviari. Quattro ponti sono notevoli per le loro caratteristiche costruttive ed ingegneristiche. La loro costruzione si potrebbe attestare tra la fine degli anni venti e la metà degli anni trenta del secolo scorso.


L’imponente ponte in curva sul Simeto (37°36’13.90”N-14°49’42.80”E) collega i territori di Centuripe e Biancavilla; composto da dieci arcate, è lungo 270 mt. ed è alto circa 24 metri. Malgrado l’assoluta assenza di interventi manutentivi, è ancora in ottime condizioni.


Il ponte subito dopo la stazione Mandarano-Centuripe (37°37’26.30”N-14°48’21.20”E), attraversa una ridente vallata ed è lungo 115 metri; è composto da cinque grandi archi a tutto sesto ed è alto circa 15 metri. È l’unica opera su cui si legge l’anno di realizzazione: 1933.


Il ponte sul fiume Salso (37°38’18.40”N-14°47’07.70”E) supera un dislivello considerevole di circa 40 metri d’altezza, è lungo 140 mt ed è composto da cinque eleganti arcate a tutto sesto dal diametro di circa 20 metri. Quattro vani circolari orizzontali di almeno tre metri di diametro, posti sui piloni, alleggeriscono il carico verticale e la resistenza ai venti.

Il ponte sul fiume di sotto di Troina (37°40’30.50”N-14°43’39.50”E) collega i territori di Centuripe e Regalbuto; è composto da sei grandi archi a sesto ribassato, la cui corda è di circa 20 metri, è  lungo 140 metri e alto circa tredici metri. Caratterizza il ponte il rivestimento dei timpani con pietrame esagonale.

3.
Il territorio centuripino che si protende verso sud-est è in buona parte (1600 Ha) caratterizzato da calanche. 


Sono terreni argillosi, fortemente inclinati, formatisi da erosione accelerata. L’assoluta mancanza di vegetazione li rende scenari fantastici.


Ricordano  paesaggi già visti in qualche pellicola western. Ad essere fortunati, con la giusta luce del tramonto, si potrebbe rimanere affascinati da viste mozzafiato.

Un altro sito dalle caratteristiche uniche si trova a ridosso dell’autostrada Catania-Palermo. 

Pietraperciata (37°32’52.00”N-14°44’27.00”E)  è una roccia arenaria che si estende per circa 400 metri; l’acqua e soprattutto il vento ne hanno fatto un’opera d’arte unica che si staglia sulle colline limitrofe.


L'Archeologo Giacomo Biondi e il Geologo Antonio Pagana

Pietraperciata (cima più alta) 18 giugno 2008

       Il sito ha anche restituito tracce di insediamenti addirittura del bronzo antico, 2200-1400 a.C., infatti tra le cavità naturali si celano probabili piccole tombe a grotticella ormai degradate. Dal 21 settembre 2020, con D.D.G. 2876, l'area è dichiarata di interesse archeologico particolarmente importante e quindi sottoposta a vincolo.

Una tipologia di costruzione, ormai declassata, è il fondaco. Nel nostro territorio, un unico  esempio di fondaco, si trova in contrada Cuba, a pochissima distanza da Pietraperciata (37°33’11.50”N-14°42’31.80”E).


Stazione di sosta lungo la regia trazzera Catania-Palermo, lì i viandanti potevano passare la notte e rifocillarsi. Al piano inferiore vi erano le mangiatoie per gli animali e le giucchene, rialzi ricoperti di paglia, per il riposo degli uomini; nel piano superiore le camere per i viaggiatori benestanti. 



  L'edificio apparteneva già nel 1693 a Ignazio Paternò principe di Biscari, il quale dopo il terremoto di quell'anno lo fece restaurare.  Nell'ottobre 1713 vi pernottò il re di Sicilia Vittorio Amedeo II di Savoia con la regina Anna Maria e la sua corte.  Lo scrittore tedesco Goethe vi pernottò, insieme alla sua comitiva, la notte del 30 aprile 1787. Nel 1935 il fondaco, acquisito dal Comm. Mammano Prospero, fu nuovamente restaurato e acquisì una diversa funzione, determinata anche dai 16 ettari di fondo agricolo che completavano il podere.



Dal portale in pietra calcarea, a est dell’edificio, si accede alla corte interna che disimpegna i locali del piano terra, tra cui la stalla. Dalla scaletta esterna si accede ai vani del primo piano. Malgrado sia stato attenzionato dal vincolo storico-etno antropologico D.D.G. 7257 del 31 agosto 2005, il tempo, i vandali e l’assoluta sinecura, ne stanno decretando la definitiva decadenza. Urge nell’immediato un minimo di attenzione. 
Enzo Castiglione

Buon divertimento...e non fidatevi troppo dei cartelli stradali! 



Bibliografia di riferimento:
-         Centuripe. Indagini su un territorio della Sicilia centro-orientale - Giacomo Biondi
-         Caratteri geologici dell’area a sud di Centuripe - Antonino Pagana Tesi di Laurea 91-92.
-         Evoluzione tettono-sedimentaria pliocenica nell’area di Centuripe -  Roberto Spina Tesi di Laurea 97-98.
-         Alcune considerazioni su territorio, economia e viabilità di  Centuripe - Dario Barbera
-         Alessandro Lo faro - Carcaci, il feudo ambito dalla nobiltà, in Centuripe,supplemento al n. 4 di Kalòs,  Palermo 2002
-         Antichi Ponti di Sicilia – Ferdinando Maurici, Melo Minnella. Palermo: L’Epos, 2006;

mercoledì 18 ottobre 2017

L’anima policroma - La Chiesa di San Giuseppe in Centuripe


A Centuripe, immediatamente a nord della Chiesa Madre, si trova la Chiesetta di San Giuseppe, vero e proprio piccolo scrigno di opere d’arte.
La struttura architettonica è molto semplice. La facciata a capanna è in pietra calcarea ed è ricoperta da intonaco; arricchita da un portale in pietra lavica, cela uno spazio interno a navata unica, iscritta in un perimetro rettangolare, con volta a botte, lunettata.



La piccola sacrestia, adiacente al lato sinistro della navata, ha invece volta a crociera. A seguito di un intervento di restauro, tra il ‘94 e il ’95, voluto dalla  confraternita di San Giuseppe e dalla Soprintendenza di Enna, è stato messo in luce l’originario pavimento in pietra calcarea locale, la cui composizione è abbellita e movimentata da cerchi. 


L'edificio, fatto costruire da una facoltosa famiglia di Centuripe, i Di Benedetto e completato nel 1730, inizialmente fu dedicato a San Calogero. L'oratorio, in seguito, fu donato alla confraternita degli artigiani, che operava sotto il patronato di San Giuseppe. Durante l'800, è stato arricchito con decorazioni tardo barocche; altorilievi figurati dipinti con colori pastello, bassorilievi e cornici in stucco bianco con profili color oro.


Preziosi dipinti, di autori ignoti, le conferiscono un’aura da pinacoteca, per gli amanti dell’arte, o quella da enorme libro di catechismo illustrato, per i credenti meno appassionati all’aspetto artistico. E’ comunque un luogo mistico e incantevolmente raccolto.


Sull'altare principale, una grande tela ottocentesca, raffigura “il Transito di San Giuseppe”. Essa è incastonata tra un tripudio antologico di putti, motivi floreali, colonne tortili, ghirlande di frutta e di fiori; un interessante medaglione con il volto della Madonna padroneggia il centro della scena,


è per metà velato da un manto azzurro e per l'altra metà incorniciato dai capelli, a segnarne la doppia natura di donna e di Regina del Cielo.
Sugli altari laterali della navata, che saranno prima o dopo ricostruiti, campeggiano due grandi pale; sulla parete nord il dipinto è dedicato alla Sacra Famiglia con i Santi Vito Martire e Filippo di Agira, che indossa un meraviglioso pianeta a fiori;



 l’altra pala, sulla parete a sud, è dedicata a San Michele Arcangelo.



Arricchiscono le pareti della navata alcune tele, magnifiche anch’esse per esecuzione pittorica, con le narrazioni di alcuni episodi della Bibbia.  In particolare, sulla parete sinistra, episodi tratti da libri storici dell’antico testamento e, sulla parete destra, episodi tratti dalle parabole e dalla vita di Gesù, quindi dal nuovo testamento.

Parete a sinistra (sud) della navata, prospiciente l’altare:
Salomone incensa gli Dèi pagani ( Primo libro dei Re 11, 4-13)
4 Quando Salomone fu vecchio, le sue donne l'attirarono verso dèi stranieri e il suo cuore non restò più tutto con il Signore suo Dio come il cuore di Davide suo padre. 5 Salomone seguì Astàrte, dea di quelli di Sidòne, e Milcom, obbrobrio degli Ammoniti. 6 Salomone commise quanto è male agli occhi del Signore e non fu fedele al Signore come lo era stato Davide suo padre.7 Salomone costruì un'altura in onore di Camos, obbrobrio dei Moabiti, sul monte che è di fronte a Gerusalemme, e anche in onore di Milcom, obbrobrio degli Ammoniti. 8 Allo stesso modo fece per tutte le sue donne straniere, che offrivano incenso e sacrifici ai loro dèi. 9 Il SIGNORE s'indignò contro Salomone, perché il cuore di lui si era allontanato dal SIGNORE, Dio d'Israele, che gli era apparso due volte, 10 e gli aveva ordinato, a questo proposito, di non andare dietro ad altri dèi; ma egli non osservò l'ordine datogli dal SIGNORE. 11 Il SIGNORE disse a Salomone: «Poiché tu hai agito a questo modo, e non hai osservato il mio patto e le leggi che ti avevo date, io ti toglierò il regno, e lo darò al tuo servo. 12 Nondimeno, per amore di Davide tuo padre, io non farò questo durante la tua vita, ma strapperò il regno dalle mani di tuo figlio. 13 Però, non gli strapperò tutto il regno, ma lascerò una tribù a tuo figlio, per amor di Davide mio servo e per amor di Gerusalemme che io ho scelto».

Il primo libro dei Re fu scritto tra il 560 ed il 540 a.C.. Il libro inizia con la narrazione dell’ascesa al trono di Salomone ed arriva fino alla morte di Davide. La storia inizia con un regno unito e finisce con la sua divisione in due regni, conosciuti come Giudea ed Israele. Salomone (1011-931 a.C.) circondato da un enorme numero di mogli straniere e concubine, giunto in vecchiaia fu indotto all'idolatria e a seguire gli dei pagani; causò in questo modo lo sdegno del Signore e di conseguenza il suo declino e poi la fine del suo regno.

A seguire, sulla medesima parete:
Giosia chiede notizie del monumento (Secondo libro dei re 22, 17-18) 


Giosia - Particolare
17 Giosia domandò: "Che è quel monumento che io vedo?". Gli uomini della città gli dissero: "È il sepolcro dell'uomo di Dio che, partito da Giuda, preannunziò quanto tu hai fatto contro l'altare di Betel".
 18 Egli disse: "Lasciatelo in pace; nessuno rimuova le sue ossa". Le ossa di lui in tal modo furono risparmiate, insieme con le ossa del profeta venuto da Samaria.



Il libro secondo dei Re fu scritto anch’esso tra il 560 ed il 540 a.C. ed è la prosecuzione del primo libro dei Re. Difatti continua la storia dei re durante la divisione del regno e si conclude con la deportazione del popolo d'Israele e di Giuda in Assiria e Babilonia.  
 Giosia (648-609 a. C.), diciassettesimo re di Giuda, è stato un importante riformatore religioso. Il padre Amon, figlio di Manasse, era stato eliminato da una congiura; ma il popolo si era rivoltato e aveva insediato sul trono il piccolo Giosia, di soli otto anni. Il capitolo 22 del secondo libro dei re è tutto dedicato al suo regno e alla riforma religiosa da lui voluta. Giosia infatti ordina lavori di restauro nel Tempio Salomonico, onde eliminare ogni traccia del paganesimo voluto dal padre e dal nonno; durante questi lavori, il sommo sacerdote Chelkia rinviene in esso un libro, forse nascosto durante le persecuzioni ordinate da Manasse, che si rivela essere il « Libro della Legge ». Dopo averne ascoltato la lettura, il re si straccia le vesti e decide di tornare alla purezza del culto di Yahweh, eliminando ogni traccia di culto idolatrico. Il testo suddetto è stato identificato dai biblisti con la prima stesura del Deuteronomio; forse sono le benedizioni e le maledizioni in essa contenute, a suscitare la reazione disperata del re, ben conscio di essersi allontanato dalla Parola di Dio, e ad ispirare la sua grandiosa riforma religiosa. Ma la collera del Signore sta comunque per abbattersi sul popolo di Giuda, nonostante la sua tardiva riforma; Giosia sarà lo sfortunato protagonista della tragica e proverbiale battaglia di Megiddo (609 a.C.).

Sulla parete a sinistra, accanto al portale di ingresso:
La ricostruzione del tempio di Gerusalemme (Libro di Esdra 6, 6-8)

6 Tu dunque, Tattenai, governatore d'oltre il fiume, tu, Setar-Boznai, e voi, loro colleghi d'Afarsac, che state di là dal fiume, statevene lontani da quel luogo! 7 Lasciate continuare i lavori di quella casa di Dio. Il governatore dei Giudei e gli anziani dei Giudei ricostruiscano quella casa di Dio dov'era prima. 8 Io ho dato ordine su come dovrete comportarvi verso quegli anziani dei Giudei nella ricostruzione di quella casa di Dio: le spese siano puntualmente pagate a quegli uomini attingendo dalle entrate del re provenienti dai tributi d'oltre il fiume, in modo da non interrompere i lavori.


Il libro di Esdra, scritto probabilmente da Esdra, sacerdote ebreo, tra il 460 ed il 440 a.C., narra gli eventi accaduti nella terra d'Israele, durante il ritorno dalla cattività babilonese, a partire dal 538 a.C., fino alla ricostruzione del Tempio (editto di Dario) e alla proclamazione del decreto di Artaserse. Il libro è una cronaca di speranza. Il ritorno degli Israeliti a Gerusalemme e la ricostruzione del Tempio rappresentano la vita del Cristiano che torna dalla cattività del peccato e della ribellione contro Dio per ritrovare una dimora accogliente ed amorevole. Esdra 4,2, descrive coloro che, proclamando di adorare Dio, nascondevano l’intento di buttar giù piuttosto che ricostruire; gli Israeliti non si fecero ingannare dalle loro false professioni di fede e dalle loro parole. Nel dipinto i personaggi citati, cercano di far desistere il re dalle decisioni prese, ma lui invece tira diritto senza degnarli di uno sguardo.   

Sulla parete destra, entrando in chiesa, episodi tratti dalla vità di Gesù:
 La Guarigione del servo del Centurione ( Luca 7, 1-10) (Matteo 8, 5-13)

1Quando ebbe terminato di rivolgere tutte queste parole al popolo che stava in ascolto, entrò in Cafarnao. 2Il servo di un centurione era ammalato e stava per morire. Il centurione l’aveva molto caro. 3Perciò, avendo udito parlare di Gesù, gli mandò alcuni anziani dei Giudei a pregarlo di venire e di salvare il suo servo. 4Costoro giunti da Gesù lo pregavano con insistenza: “Egli merita che tu gli faccia questa grazia, dicevano, 



5perché ama il nostro popolo, ed è stato lui a costruirci la sinagoga”.6Gesù si incamminò con loro. Non era ormai molto distante dalla casa quando il centurione mandò alcuni amici a dirgli: “Signore, non stare a disturbarti, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto; 7per questo non mi sono neanche ritenuto degno di venire da te, ma comanda con una parola e il mio servo sarà guarito. 8Anch’io infatti sono uomo sottoposto a un’autorità, e ho sotto di me dei soldati; e dico all’uno: Và ed egli va, e a un altro: Vieni, ed egli viene, e al mio servo: Fà questo, ed egli lo fa”. 9All’udire questo Gesù restò ammirato e rivolgendosi alla folla che lo seguiva disse: “Io vi dico che neanche in Israele ho trovato una fede così grande! ”. 10E gli inviati, quando tornarono a casa, trovarono il servo guarito.


La guarigione del servo del centurione è un miracolo di Gesù operato durante il suo ministero a Cafarnao tramandato nel Vangelo secondo Matteo (Mt8,5-13) e nel Vangelo secondo Luca (Lc7,1-10). Durante il ministero in Galilea, Gesù incontra un ufficiale pagano stanziato a Cafarnao che intercede per la guarigione di un suo servo malato. Luca sottolinea che Gesù restò ammirato dell'umiltà e della fede del centurione. Questa volta è stato uno che non fa parte del popolo eletto, a dare esempio di «fede», riempiendo di gioia il Signore.

Il dipinto necessità, più che negli altri casi, di immediato restauro.

Segue, sulla medesima parete
L'uomo ricco e il mendicante Lazzaro (Luca 16, 19-25)

  « C'era un uomo ricco, che era vestito di porpora e di bisso e tutti i giorni banchettava lautamente. Un mendicante, di nome Lazzaro, giaceva alla sua porta, coperto di piaghe, bramoso di sfamarsi di quello che cadeva dalla mensa del ricco. Perfino i cani venivano a leccare le sue piaghe. Un giorno il povero morì e fu portato dagli angeli nel seno di Abramo. Morì anche il ricco e fu sepolto. Stando nell'inferno tra i tormenti, levò gli occhi e vide di lontano Abramo e Lazzaro accanto a lui. Allora gridando disse: Padre Abramo, abbi pietà di me e manda Lazzaro a intingere nell'acqua la punta del dito e bagnarmi la lingua, perché questa fiamma mi tortura. Ma Abramo rispose: Figlio, ricordati che hai ricevuto i tuoi beni durante la vita e Lazzaro parimenti i suoi mali; ora invece lui è consolato e tu sei in mezzo ai tormenti. »  


La parabola illustra un tema comune a varie parabole di Gesù: la misericordia e la pietà verso i poveri. E l'attenzione verso i poveri è un tema molto importante per l'evangelista Luca. Tra l’altro questa parabola è, ancora oggi, di straordinaria attualità.

 Chiude la parete a nord, un dipinto che richiama la parabola di
Gesù, il buon pastore  (Gv 10, 1-27);

14 Io sono il buon pastore, conosco le mie pecore e le mie pecore conoscono me, 15 come il Padre conosce me e io conosco il Padre; e offro la vita per le pecore. 16 E ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore. 17 Per questo il Padre mi ama: perché io offro la mia vita, per poi riprenderla di nuovo.


Già in uno dei salmi più conosciuti dell’antico testamento, il Salmo 23, l’autore, Davide, descriveva Dio come il suo pastore. Qui, il brano del buon pastore, è la continuazione della risposta che Gesù aveva cominciato a dare (Gv 9, 40-41)  alla domanda dei farisei dopo la guarigione del cieco nato. Quando si voleva mettere in risalto la sofferenza del popolo ebraico e il suo esilio, si ricorreva sovente all’immagine del gregge disperso e maltrattato, per contrapporre i buoni pastori a quelli cattivi che depredavano il gregge anziché custodirlo ed averne cura. La rievocazione quindi che Gesù fa del pastore e del gregge era un’immagine molto familiare per i farisei; essi la comprendevano molto bene in quanto erano già abituati al linguaggio figurato. La parabola alludeva chiaramente ai capi dei farisei che si erano impossessati abusivamente della posizione che occupavano e di cui si servivano egoisticamente con la forza, per dominare il gregge di Dio e maltrattarlo.

Completano le opere esposte in navata, due piccoli dipinti che ritraggono San Gaetano da Thiene con in braccio il bambin Gesù e San Francesco di Paola;





 un affresco sul soffitto, prospiciente l’altare, ritrae Dio Padre.



Alcune tele, dismesse dalla navata, sono riposte sulle pareti della piccola sacrestia;  esse raffigurano San Calogero Eremita, Santo, ricordiamo, a cui era intitolata la chiesa in origine;



 il transito di San Francesco,



 e Dio Padre; quest’ultimo dipinto ricopriva l’affresco sulla volta con il medesimo tema.



   Due imponenti statue in gesso, raffiguranti i Santi Pietro e Paolo, sono poste su mensole ai lati del portale di accesso.

San Pietro
                                                                  San Paolo

Un antico organo a canne è in dotazione alla chiesetta. Viene attribuito con certezza a Giovanni La Rosa, organaro di Catania, che lo costruì nel 1881 e del quale, allo stato attuale, si conoscono soltanto altri tre strumenti nella medesima area geografica, uno presso la Chiesa Madre di Piedimonte Etneo, un secondo presso la Chiesa di S. Maria della Consolazione in Aci Catena e il terzo presso la Chiesa Madre di Palagonia.



Qualche anno fa (2014)  è stato restaurato dalla ditta “Artigiana Organi s.n.c.” di Aci Catena, su progetto dell’organaro Francesco Oliveri. Oggi è collocato provvisoriamente in Chiesa Madre.
Infine, va ricordata la cantoria lignea, su cui era collocato l’organo; recentemente  collassata (per fortuna nottetempo) ha rivelato una struttura inidonea a garantire garanzie di stabilità e sicurezza. Rimarrà ai posteri solo qualche foto e il ricordo della sua particolare decorazione pittorica. 




     Alla fine,  di questa breve visita virtuale, la sensazione è quella di aver cercato di descrivere un luogo su cui, nel passato, i nostri avi hanno riversato mille attenzioni. La speranza è che, anche nel prossimo futuro, i centuripini, le giovani generazioni, non smettano di rivolgere altrettanto interesse verso questo luogo, così ricco di arte, storia e misticismo.
Enzo Castiglione

Bibliografia di riferimento: Sacra Bibbia