domenica 19 maggio 2019

Il baule della discordia


Il baule della discordia



Nell’ottobre del 1993, Centuripe fu il teatro di alcuni ritrovamenti fortuiti che furono definiti al primo impatto “eccezionali”,  ma che nell’immediato seguito della vicenda, produssero solo situazioni pirandelliane. Il 20 Ottobre venivano segnalati, da alcuni giovani di una società appena costituitasi, scavi clandestini e la violazione di alcune tombe in contrada Bagni;  nella medesima occasione i medesimi  segnalavano il ritrovamento dei resti di un manufatto antico in prossimità della discarica comunale. Il giorno successivo, in contrada Gelofia, sempre i medesimi individuavano, nella trincea di scavo di un costruendo acquedotto,  antiche tombe appena violate dai clandestini.
  

Tra tutti gli avvenimenti, di cui si rese protagonista questo gruppo di volenterosi giovani, la notizia del ritrovamento, nella discarica comunale, di un antico sarcofago era sicuramente la notizia più eclatante; non tanto perché le tracce di tombe, ritrovate anch’esse fortuitamente, non lo fossero, ma perché sarcofagi con siffatte caratteristiche a Centuripe non se ne erano mai visti in secoli di ricerche e scavi.
 Nel passato, solo l’archeologo Paolo Orsi aveva visto a Centuripe un sarcofago fittile, databile tra il IV e il III secolo a. C., però con decorazione dorica a metope e triglifi. Eppure Paolo Orsi, all’inizio del secolo scorso, di tombe a Centuripe ne aveva scavate a centinaia in contrada Casino e in altre aree; del sarcofago, che aveva solo visto, ovviamente non vi è più traccia.
Dopo di che, Luigi Bernabò Brea, che nel 1942 curò altre esplorazioni in contrada Casino e a nord di essa con la individuazione di una settantina di tombe, Guido Libertini autore di una notevole monografia su Centuripe, Giovanni Rizza che esplorò la necropoli di Piano Capitano con il ritrovamento di grandi tombe a camera, mai si imbatterono in grandi manufatti del genere. Per non parlare degli altri studiosi che si sono occupati di archeologia a Centuripe fino ai giorni nostri.
La spiegazione potrebbe essere molto semplice. Considerati i declivi accidentati delle pendici dove gli antichi centuripini sceglievano di seppellire i loro morti e considerato il notevole peso e la difficoltà del trasporto in loco di questi enormi contenitori, la scelta tipologica, chissà perché, era ricaduta semplicemente su fosse, rivestite da mattoni o pietrame, poi ricoperte, dopo la deposizione, da almeno sei/otto lastroni litici. Una vera e propria tomba costituita da elementi smontati e assemblati sul posto: geniale.
Paolo Orsi, nella monografia dedicata agli scavi condotti a Gela tra il 1900 e 1905, notava come nelle necropoli arcaiche gelesi, a causa della scarsità di pietre, si assistesse già nel VII secolo a. C. al “trionfo della creta sulla pietra”. Segnalava tra l’altro che dal 550 a.C. i sarcofagi fittili divenivano predominanti, sarcofagi che lui chiamava “bauli” perché così venivano chiamati oltre un secolo fa dai gelesi.
La diffusione in Sicilia ed i centri interessati da questo particolare tipo di sepolcri è inoltre attestato dall’interessante studio della D.ssa Carmela Bonanno: “I sarcofagi fittili della Sicilia”; nato come tesi di perfezionamento in archeologia classica negli anni ‘80 e poi, aggiornato, pubblicato nel 1998 da l’Erma di Bretschneider. Centuripe, ovviamente, non rientra tra i centri in elenco.
Questo sarcofago era comparso in discarica, quando si dice il caso, appena in tempo per promuovere i buoni propositi costitutivi di una giovane società che intendeva muovere i propri passi nell’ambito dei beni culturali centuripini. 
In quegli anni, bisogna ricordare,  il museo archeologico viveva alcuni lavori di completamento e l’andirivieni delle varie ditte pronosticava, quasi imminente, la sua apertura al pubblico. Diventavano improvvisamente importanti le attività e le professionalità di cui la struttura museale si doveva dotare.
Ma è risaputo il diavolo esperto in pentole non lo è in coperchi,  l’epilogo di questa storia è la classica situazione pirandelliana dove in certe situazioni non tutto corrisponde poi alle attese. Appena vi fu il sentore che tutti quei ritrovamenti fortuiti, in un così considerevole breve lasso di tempo,   potevano condurre a situazioni inaspettate o a qualche probabile indagine,  immediate furono le prese di distanza di una buona parte dei soci.

"...con riferimento al presunto ritrovamento del reperto archeologico denominato "SARCOFAGO" fatto da alcuni soci della cooperativa "mmmmmm" facciamo presente che tali iniziative devono considerarsi personali e non coinvolgono l'intero organismo sociale della cooperativa.
  Pertanto ci decliniamo da ogni eventuale responsabilità che ne potrebbe conseguire da tale iniziativa."
 Centuripe 18 novembre 1993
In un vidiri e svidiri  il baule era passato da notizia sparata a sette colonne sul quotidiano locale, a motivo di forte dissenso e di discordia!
Fine della storia !?



Ci si chiede a questo punto: “ Di questo baule della discordia adesso cosa ne dovremmo fare ? ” E’ ingombrante, di provenienza incerta, decontestualizzato irrimediabilmente dal contesto storico-scientifico e anche, come abbiamo visto, portatore sano di sfiga.
 Le condizioni in cui è stato ritrovato, sono a dir poco pietose; difatti è stato letteralmente fatto a pezzi, per renderne più semplice il trasporto e potersene disfare. La parte inferiore del sarcofago è costituito da una trentina di frammenti, mentre il coperchio, costituito da una quindicina di frammenti,  è mancante nell’insieme di parecchi elementi anche se corrispondenti a fratture fresche.
 Difatti solo la ricostruzione grafica consente oggi una provvisoria  proiezione delle dimensioni e la ricomposizione delle masse.
  


   Si tratta in sintesi di un sarcofago fittile a forma di baule, databile al V secolo a. C.. La parte inferiore, la cassa, ha all’incirca queste dimensioni: lunghezza 212 cm., larghezza 96,5 cm., altezza 68,6 cm, profondità interna verticale 64 cm.. La base è piana e di forma rettangolare. Le pareti sono diritte e si incontrano agli angoli formando un angolo retto. L'orlo aggetta dalle pareti della cassa cm 8,7. All'interno della cassa gli angoli sono arrotondati.


Il coperchio manca di elementi che ne consentano la completa ricomposizione, ed ha all’incirca queste dimensioni:  lunghezza 101,5 cm x 2, larghezza 86,6 cm., alzato 40 cm. circa. Se riassemblato, è costituito da due pezzi di dimensioni pressoché uguali accostati; ciascuno dei due pezzi è a doppio spiovente, con dorso a profilo tondeggiante . Nelle testate l'orlo dei lati aggetta circa cm 2,5 e costituisce la cornice di un frontoncino di forma triangolare.
Recentemente a Gela, durante gli scavi per la rete idrica in via Cicerone, è stato ritrovato  un sarcofago che presenta alcune caratteristiche simili.



Se consideriamo che si tratta comunque di un antico sepolcro, anche se tipologicamente estraneo alle sepolture centuripine,  considerate le vicissitudini,  potrebbe essere rimontato e collocato presso il livello espositivo che, all’interno del museo centuripino, ospita le  necropoli, se non altro per documentare una diversa tipologia di sepoltura in uso da qualche parte in Sicilia già dalla metà del VI secolo a. C..  


In tempo di crisi, quando ci ricapiterà la fortuna di trovare qualcos’altro ?
                                                               
                                                                                                               Enzo Castiglione
  
Breve bibliografia di riferimento:
-   I sarcofagi fittili della Sicilia - Carmela Bonanno – Roma: “L’ERMA”  di BRETSCHNEIDER, 1998;
-   Rosa Maria Albanese Procelli - Università di Catania, Sepolture di guerrieri della prima metà del V secolo a.C. nella Sicilia interna: l’evidenza da Montagna di Marzo;
-   Paolo Orsi, Gela. Scavi del 1900-1905;

domenica 24 giugno 2018

Proscrizioni e oblii


I Centuripini e Gaio Licinio Verre


1.     Gli avvenimenti
Nel 70 a.C. si tenne a Roma un processo molto importante. L'accusato era Gaio Licinio Verre: vorace e corrotto rappresentante dell'élite romana. Aveva ricoperto numerose cariche pubbliche e,  tra il 73 e il 71 a.C., quella di Governatore della Sicilia; le sue malversazioni in Sicilia gli avevano consentito di arricchirsi enormemente, rubando tutto quello che c'era da rubare; in più, aveva corrotto o intimidito chi cercava di opporsi ai suoi metodi. È proprio a causa dei suoi misfatti che sessantaquattro città siciliane,  saccheggiate e stremate dall’avidità  dell’ex governatore, decisero di adire al Foro Romano per intentare contro di lui una causa per corruzione e concussione, scegliendo come proprio avvocato Cicerone, che avendo già ricoperto cariche pubbliche nell'isola, era conosciuto dai siciliani.
Le orazioni che Marco Tullio Cicerone, in veste di accusatore, scrisse e in parte pronunciò, nel processo contro Gaio Licinio Verre, sono le cosiddette “Verrine”.


Prima dell’inizio del processo, Cicerone percorse seicento chilometri all’interno della Sicilia, per raccogliere personalmente le prove in almeno quarantotto città, tra cui Centuripe.
Verre, dal canto suo, non ebbe nessun problema a permettersi il migliore avvocato sulla piazza  il quale, come prima cosa, puntò su tattiche dilatorie cercando di fare slittare il processo oltre l’autunno del 70, in modo da poter contare su giudici di nuova nomina e più facilmente influenzabili. Ma purtroppo per Verre ebbero la meglio la solerzia e le capacità di Cicerone che spiazzò completamente la difesa perché il 5 agosto, anziché esporre l'accusa, chiamò immediatamente a deporre i testimoni e riuscì a far iscrivere a ruolo la causa prima dell’interruzione estiva, evitando così che fossero gli amici dell’eccellente imputato a giudicarlo. Per 8 giorni i testimoni si avvicendarono davanti al tribunale. Le testimonianze risultarono schiaccianti, tant’è che Verre si diede ammalato e rinunciò ad assistere alle sedute. Ortensio , l’avvocato difensore, decise di tacere e di rinviare il suo intervento. La speranza di Verre di un rinvio del processo all'anno seguente svanì.
Alla metà di settembre, prima della ripresa del processo, Verre lasciò Roma e si imbarcò per Marsiglia in volontario esilio dove rimarrà fino alla morte circondato dalle ricchezze trafugate prima della condanna.
Paradossalmente accusatore ed accusato, per motivi diversi, saranno inseriti alla fine del 43 a.C. nelle liste di proscrizione di Marco Antonio e moriranno entrambi a pochi giorni uno dall’altro, coerenti con se stessi. La colpa di Marco Tullio Cicerone fu la disperata difesa di un ideale e l'aver combattuto per la repubblica romana; venne decapitato nella sua villa di Formia. La colpa di Gaio Licinio Verre fu la sua manìa di collezionista d’arte e l'aver rifiutato di consegnare a Marco Antonio dei preziosi vasi di Corinto, che avevano attirato l'attenzione del triumviro. Poco prima di morire, Verre gioì per la soddisfazione che il suo accusatore, qualche giorno prima, era stato selvaggiamente assassinato.

2.     Ispirazioni
Gli avvenimenti e i personaggi, citati nelle verrine, oltre ad offrire una notevole quantità di notizie anche sull’antica Centuripe,  hanno ispirato, negli anni, varie manifestazioni artistiche, oltre che essere di spunto e paragone  in alcuni casi giudiziari.

Una interessante opera a fumetti, ispirata dal processo a Verre, è stata pubblicata nel febbraio 2016 dalla Sergio Bonelli editore. Atto d’accusa, n° 41 della serie “Le Storie”, con soggetto e sceneggiatura di Giuseppe De Nardo, disegni di Giuliano Piccininno e copertina di Aldo Di Gennaro, riepiloga tutta la vicenda storica che ruota attorno al caso; dagli avvenimenti scandalosi che determinano il ricorso alla giustizia, alla prima parte del processo. 

  Il sacerdote centuripino Salvatore Mammana pubblicò nel 1953, a cura delle edizioni Paoline, Verre tiranno di Sicilia, , un romanzo storico dedicato ai centuripini e ambientato nella Centuripe del 71 a.C.. Lo scritto, che aveva anche le aspettative di sceneggiatura cinematografica, racconta le vicende di due giovani innamorati, Falargo e Lucilla e tutta la fantastica vicenda è intrisa di avvenimenti storici citati nelle verrine.
       Il giovane Falargo è il figlio di Filargo, di antichissima e nobilissima famiglia greca. Filargo che era stato da giovane un valoroso capitano navale della flotta centuripina e che carico d'allori si era poi ritirato nella sua città, qui viene nominato senatore e poi primo magistrato. Verre si presenta in città, accompagnato dai propri scagnozzi e da truppe di legionari, per depredarla. Apronio, il suo pericoloso braccio destro, si invaghisce però della giovane Lucilla…


Il Cavaliere Tommaso De Vivo (1790 – 1884), incisore e disegnatore, diede alle stampe nel 1835 l'opera "Storia figurata del Regno delle Due Sicilie".  Uno dei soggetti illustrati trae spunto e ispirazione dalle “Verrine”: La statua di Verre per decreto del Senato della città di Centoripi viene rovesciata (incisione cm 43x50 su foglio in carta forte di cm 52x70).  

Cicerone da Verr. actio II, libro II, 161 e seg.
“ Mentre io ero in Sicilia, nessuna statua fu abbattuta: dopo che me ne fui andato, state a sentire che cosa accadde. A Centùripe, per decreto del senato e decisione del popolo si stabilì che i questori della città appaltassero la demolizione delle statue esistenti di Verre, di suo padre e di suo figlio, e che non meno di trenta membri del senato assistessero all'intera opera di demolizione. Considerate quanto sia stato serio e dignitoso il comportamento di questa città. I Centuripini non vollero che nella loro città rimanessero le statue che avevano offerto loro malgrado, costretti da un sopruso e da un abuso di autorità, non vollero che rimanessero le statue di un uomo contro il quale essi avevano inviato a Roma, cosa che prima non si era mai verificata, una delegazione ufficialmente incaricata di portare una testimonianza gravissima; e ritennero più serio che ciò risultasse esser stato fatto in seguito a una deliberazione ufficiale piuttosto che a furor di popolo. In seguito a questa deliberazione, i Centuripini avevano rimosso ufficialmente le statue: Metello lo viene a sapere; ne è vivamente contrariato; convoca presso di sé il magistrato di Centùripe e i dieci primi cittadini; li minaccia di gravi punizioni se le statue non fossero state rimesse al loro posto. Essi riferiscono la cosa al loro senato: le statue, che non sarebbero state di alcun vantaggio per la causa di costui, vengono rimesse in piedi; ma i decreti votati dai Centuripini sulle statue non vengono annullati… …Considerate, giudici, quanto profondo e vivo sia il risentimento che i soprusi di costui hanno indelebilmente stampato nell'animo dei nostri alleati e amici: la popolazione di Centùripe, un'alleata tra le più affezionate e fedeli, legata al popolo romano da rapporti così amichevoli che sempre ha avuto caro non solo il nostro stato, ma il nome romano stesso, chiunque fosse l'uomo, anche un semplice privato, che lo portava, ebbene, questa popolazione ha deciso con una deliberazione pubblica e ufficiale che nella sua città non dovessero esservi statue di Gaio Verre….  …ricorderei che sono diecimila i cittadini di Centùripe, alleati valentissimi e fedelissimi; e che tutti all'unanimità hanno deciso che nella loro città non dovesse sorgere nessun monumento di costui..”                                                                 (traduz. Laura Fiocchi – Dionigi Vottero)
L’abbattimento delle statue di Verre a Centuripe, quindi non solo fu decretato dal Senato della città ma fu anche dato in appalto. Metello, successore e amico di Verre, infastidito dalla decisione del Senato centuripino, impose la restaurazione delle statue; ma i decreti votati dai centuripini non vennero annullati e il suo semplice anno di carica non impedì ai centuripini di fare comunque tabula rasa delle statue di Verre.    

3.     Il frammento

Un reperto in marmo, proveniente da un ritrovamento fortuito, è rimasto per oltre mezzo secolo tra i frammenti archeologici che circondano l’antica colonna, reinnalzata nel cortile del municipio di Centuripe. Dal 2010, per disposizione della Soprintendenza, si trova nei magazzini del museo archeologico regionale di Centuripe.


 Il reperto che misura cm. 105x47x25, ha le dimensioni di un potenziale elemento architettonico (architrave), ma la inverosimile modanatura segue una logica perversa e obbliqua all’allineamento dei lati del manufatto. 
La parte residua modellata, che è possibile leggere sul notevole frammento di marmo, potrebbe ricondurre al panneggio verticale che costituisce solitamente il lato posteriore sinistro di alcune statue virili. Un raffronto diretto, in questo caso, è stato possibile con una statua virile togata tronca (ka786), esposta al museo di Centuripe.

Ciò riconduce all’industria del recupero, che in età antica era già attiva. Ma solitamente nell’antichità quando si voleva modificare o aggiornare una statua, gli si sostituiva il volto e la testa si piazzava nell’apposito alloggiamento; nei fatti, molte statue antiche hanno sostenuto questo “gioco di scambio”. La distruzione assoluta delle statue, però, potrebbe anche essere legata alle proscrizioni o, se non altro, alla volontà di cancellare definitivamente il ricordo del personaggio rappresentato dalla statua medesima. Ma se una statua deve sparire “per ordini superiori”, e viene sezionata accuratamente e scientemente, potrebbe significare che chi ne ha ricevuto l'incarico vorrebbe ricavarne il maggior profitto, trasformandola  in elementi architettonici da rivendere e piazzare sul mercato. E a Centuripe, come sappiamo, la distruzione delle statue di Verre e famiglia fu data addirittura in appalto.
Enzo Castiglione


Bibliografia breve:

- Salvatore Mammana, Verre Tiranno di Sicilia, ed. Paoline - Catania 1953
- Atto d’accusa, N° 41 Le Storie Bonelli Editore – febbraio 2016
- Fezzi Luca , Il corrotto - Un'inchiesta di Marco Tullio Cicerone, ed. Laterza 2016
- Verrine M.T.Cicerone a cura di Angela Cerinotti, Acquarelli Demetra srl 1993
- Cicerone - Il processo a Verre, Rizzoli libri 1992 BUR
- M. Tullio Cicerone – Il processo a Verre, Edizioni Remo Sandron 1936
- Tommaso De Vivo - Storia figurata del Regno delle Due Sicilie, Roma 1835



martedì 30 gennaio 2018

In Vino Veritas

In Vino Veritas

1.     Il vaso dei misteri
Centuripe 1824. Presso un antico sepolcro di C/da Gelofia un contadino rinviene un vaso d’argilla; le pessime condizioni del vaso, lo destinano ad un ordinario uso domestico: con esso il figlio del contadino va a prendere l’acqua presso una delle sorgenti della medesima contrada.


Qualche anno dopo, per caso, lo nota un notabile del luogo che, dopo averlo acquistato, lo spedisce ad un suo amico a Palermo, tale barone Pisani; presso l’abitazione del barone, il vaso viene sottoposto alle attenzioni di un professore di lettere antiche, Giuseppe Crispi, il quale ritiene di darne notizia con una sua memoria, immediatamente pubblicata nel 1830.
Ad oggi sono sconosciute le vie che lo hanno poi condotto in Germania, al Museo di Karlsruhe, dove forse non è manco esposto al pubblico.


Si tratta di una Askòs, risalente a oltre 2500 anni fa, emisferica nella parte bassa e convessa nella parte superiore, li dove campeggia la più lunga iscrizione in lingua sicula fin qui ritrovata, sicuramente una delle fonti più importanti per la conoscenza del siculo. L’iscrizione è costituita da lettere senza spazi, in scriptio continua che sviluppano due righe circolari attorno al manico. Nel corso degli anni numerosissimi studiosi si sono prodigati a dare interpretazioni e ipotesi all’iscrizione.  Qualcuno di essi pur di dare conferma alla propria tesi, ha anche aggiunto o tolto qualche lettera a piacere dall’iscrizione, che invece è incisa con precisione.


Il vino, in decine di traduzioni, c’è sempre! Una vera e propria ubriacatura culturale. Una  interessante tesi (leggermente riveduta tra il 1999 e il 2003), del centuripino Enrico Caltagirone, accostando il testo al sanscrito, esclude però che nell’iscrizione  ci sia qualsiasi riferimento al vino.
Tra le interpretazioni che optano per il vino, l’interpretazione di Marcello Durante, sembra tra le più gradevoli: 
Nuno offre me, il vaso: sono cosa tua, è un dono o Nane; poiché un dono sono, tuo è il diritto di proprietà; non pongano gli eredi vino cotto qui (dentro)”.


La tipologia del vaso è parecchio diffusa; ne sono testimonianza la decina di Askòs anepigrafi ritrovate durante gli scavi delle tombe arcaiche di Piano Capitano, oggi esposte nelle vetrine del Museo Archeologico di Centuripe o in deposito nel medesimo.
L’askòs centuripina, oggi a Karlsruhe, è intrisa di parecchi contenuti: la lingua sicula, il vino (forse), le radici antiche della scrittura a Centuripe, e, purtroppo, la sottrazione dei beni, che hanno contraddistinto la nostra recente storia, con la irresponsabile onnipresente complicità degli indigeni.
Il vino è comunque, tra questi contenuti, l’elemento più incerto e quindi il più allegro. E’ indubbia l’importanza che il vino abbia avuto nell’antichità, prima ancora che nell’arte e nella letteratura. Scorrazzava, come l’olio, dentro le anfore su e giù per il mediterraneo, i contenitori una volta “svuotati” venivano anche riciclati e lasciavano importanti tracce archeologiche anche se in frammenti. 
Piace però pensare che la parola scritta “vino”, anche se portatrice sana di un diverso significato, abbia esordito proprio a Centuripe; a testimonianza di una cultura enologica millenaria. Forse è anche per questo che l’Organizzazione Nazionale Assaggiatori di Vino, sezione  di Enna, recentemente, ha dedicato all’askos centuripina un premio annuale, che nelle passate edizioni è stato assegnato alle figure più rappresentative in campo enologico a livello regionale.

2.     Centuripe e il vino
Le colline assolate e ventilate del centuripino si sono prestate nel passato ad ospitare preziosi vigneti. La presenza colturale e l’espansione della vite nel centuripino è già attestata nell’antichità. Qui, un tempo, la viticoltura prosperava abbondantemente, favorita anche dalla particolare configurazione topografica del territorio, prevalentemente montuoso. E’ risaputo che la vite prospera bene su terreni collinari, magri e secchi, dove si ottengono dei buoni vini apprezzabili sia per le loro caratteristiche organolettiche che per la loro discreta gradazione alcolica. La sistemazione a terrazze delle colline, nel centuripino, avvenuta negli ultimi  tre secoli, ha favorito una più razionale coltivazione della vite.
La piantumazione più diffusa e adatta alle zone collinari è quella ad alberello, impostata su tre o cinque branche che si dipartono dal ceppo. Risulta, dal punto di vista tecnico, la più vantaggiosa; non necessita di particolari cure colturali ne di sostegni, le spese di impianto e di esercizio risultano abbastanza contenute. Tuttavia  presenta lo svantaggio di essere poco produttiva e antieconomica a causa della ingente manodopera.


La difficoltà di praticare la meccanizzazione, su terreno prevalentemente acclive, ha ridotto drasticamente la coltura della vite nel centuripino.  Resistono alcuni vigneti, sui pendii più morbidi di alcune contrade a sud-ovest dalla città; in alcuni casi si riscontra il sistema di allevamento a controspalliera, che risulta molto più produttivo di quello ad alberello.
Sul territorio centuripino sono anche presenti decine di strutture, che nel passato ricoprivano il ruolo di palmenti e che consentivano la produzione di mosto, direttamente nel medesimo luogo in cui l'uva veniva coltivata e raccolta.
Con la meccanizzazione del processo di trasformazione dell'uva, che ha consentito di ottenere anziché 60, anche 90 litri di mosto da 100 kg. di uva, i vecchi palmenti rurali hanno subito un drastico declassamento, che ha comportato lo smantellamento e l'abbandono, a volte delittuoso, degli antichi impianti. 
I vecchi palmenti, si riconoscono da alcuni elementi quali le vasche per la pigiatura dell’uva e le vasche di decantazione del mosto. In alcuni casi dalla sola presenza di frammenti di torchi, distrutti anch’essi dalla sete di modernità e dall’incoscienza. 
A parte qualche impianto dismesso, individuato presso le grandi masserie rurali di Sciarone del Duca e di Aragona, numerosi sono gli ex palmenti, anche di piccole dimensioni, che gravitavano nelle aree circostanti la città, segno che, fino al secolo scorso, le pendici centuripine erano ancora rigogliose di vigneti.

3.     Il palmento della memoria
Presso la contrada Crescinotto, miracolosamente, si conserva un palmento rurale che ha continuato ad essere produttivo, utilizzando le più antiche procedure per la produzione del vino. Fu acquistato nel 1964 dal signor Cocimano Antonino, classe 1931, che lo rilevò dal signor De Marco Vito, da allora è stato utilizzato per la produzione in proprio, in quanto la tenuta è completata da un vigneto di medie dimensioni.


Solitamente, fra la fine di settembre e gli inizi di ottobre il proprietario provvedeva  alla raccolta e alla trasformazione dell'uva prodotta nel proprio fondo.
In media venivano prodotti 2.000 litri circa di mosto all'anno; di tale quantità una buona parte era per il consumo familiare, il resto veniva venduto ad un costo che negli anni ha subito notevoli variazioni: dalle 150 lire del 1964, alle 1800 lire del 1992, etc... 


L'elemento determinante del palmento è sicuramente l’antico torchio, che fa parte di un insieme strumentale che comprende il pestatoio e le vasche di raccolta che servono nell'insieme per il processo di vinificazione.
Già nel I sec. d.C. in Italia erano diffusi due diversi tipi di torchi vinari: quello tradizionale a leva (catoniano - dall’agronomo Catone il Vecchio che ne descrisse il funzionamento), che sostituendo il precedente a verricello, con un contrappeso e una vite senza fine di sollevamento, consentiva un’azione di premitura maggiore e il Torchio descritto da Plinio con vite centrale e telaio a due colonne, oggi detto alla genovese. Queste due tipologie di torchio sono sopravvissute per due millenni.


Il torchio a leva, di questo palmento, ha le caratteristiche riconducibili ad un modello catoniano, anche se con leggere variazioni. È caratterizzato da una massiccia trave orizzontale in legno, lunga oltre 6 metri, cosiddetta capiforca, alla quale è fissata ad una delle sue estremità, una traversa di legno, la scrofula con filettatura a madrevite.


L’altra estremità, più sottile, sempre biforcuta, incastra il capiforca a una robusta asse verticale, fissata al muro, che fa da guida per lo scorrimento verticale. 


Attraverso la scrofula passa, in verticale, una grossa vite senza fine in legno, u virmigliuni, fissata mediante una lastra di ferro ad una grossa pietra tronco-conica, che funge da contrappeso; la pietra è alloggiata a sua volta in una profonda buca scavata nel pavimento. La vite senza fine viene azionata da una barra orizzontale in legno, che alza e abbassa u capiforca grazie alla scrofula  con madrevite. Alla distanza media del capiforca vi sono stipiti e fermi in legno che permettono di regolare l'altezza del capiforca dal pavimento sottostante, che funge da seconda piastra durante la pigiatura. È indubbia la sensazione, in questo luogo, di percorrere un affascinante viaggio a ritroso nel tempo; probabile che perfino duemila anni fa la location e molti altri elementi che corredavano il ciclo della vite, non dovevano essere molto diversi da tutto ciò.

4.     In Vino Veritas
L’Askòs centuripina di Karlsruhe la potremo ammirare solo in foto, così come qualcun’altro delle migliaia di altri preziosi reperti, che sono stati sottratti alla collettività e svenduti per arricchimenti personali. Qualcuno ne avrà beneficiato comprando un mulo o un pezzo di terra o un casetta; ma ne valeva la pena? Il mulo è ormai morto, il pezzo di terra abbandonato e la casa vuota. Dovevamo costringere il mondo a venire da noi, invece abbiamo disperso un patrimonio nel mondo e con esso molti dei nostri concittadini. Quanti soldi avrà messo in tasca il tizio che è riuscito a fare arrivare questo torso loricato fin su al nord?


O quell’altro che nottetempo ha sottratto questo ritratto marmoreo dall’Antiquarium?


Potremmo continuare all’infinito. La ricchezza del territorio è stata depauperata: ne valeva la pena? Tutte risorse sottratte alla collettività. Poi ci si lamenta delle istituzioni ed evitiamo di accorgerci che chi ci sta accanto depreda il futuro della città!  
I vasi centuripini più belli non sono a Centuripe. Però ci possiamo crogiolare all’idea che intanto un museo archeologico parallelo è disperso in centinaia di case centuripine. Benedetta ipocrisia.
Forse l’askòs con l’iscrizione sicula non è stata donata da Nuno a Nane per metterci dentro il vino durante il viaggio per l’oltretomba, vedremo. I vigneti purtroppo sono spariti a frotte dalle terrazze centuripine: troppo onerosi e difficili da gestire. Anche di questo possiamo farcene una ragione.
Ma stiamo pericolosamente inseguendo un futuro di chimere. La salvaguardia e le attenzioni per i beni culturali, che ancora potremmo salvare, svaniscono. Se non ci diamo una mossa, alla fine saremo sopraffatti dall’opera di intere generazioni di depauperatori del territorio, che intanto sono riusciti a fare schiere di proseliti, sostenuti da progenie di detrattori. 

Enzo Castiglione

Bibliografia:
-        G.B. Pellegrini, in « Kokalos », III, 1957, pag. 31 e seg.
-        Giacomo Manganaro, in « Arch. Class. », XIII, 1961, pag. 107, nota 7
-        Marcello Durante - Kokalos, X-II, 1964-65, pagg. 417-450.
-        Filippo Ansaldi, Memorie storiche di Centuripe, Ediprint Catania 1981
-        Enrico Caltagirone, Alla ricerca della grande madre, pagg. 59-60 e 122-125, Marna 1999
-        Enrico Caltagirone, La lingua dei Siculi, Pagg. 53-58, Marna 2005